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Scalini scavati nella roccia e un porto che parlava con Venezia: il segreto verticale di Peschici sul Gargano

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 28 Giugno 2026 · 7 min di lettura
Il borgo bianco di Peschici visto dall'alto, con le scalinate nella roccia che scendono verso il mare adriatico al tramonto
Foto: Giacomo Alessandroni / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento preciso in cui Peschici rivela la sua natura: quando, percorrendo il centro storico, ci si ritrova davanti a una scalinata che non porta a una piazza o a una chiesa, ma direttamente verso il basso, verso il mare, verso la roccia viva. Il borgo non si estende, si arrampica. O meglio, precipita — con tutta la grazia di una città che ha imparato a convivere con la verticalità da oltre mille anni.

Peschici è un suggestivo borgo di mare abbarbicato sulla roccia, situato nel punto più a Nord del Gargano e dell'intera Puglia. La città si erge su uno sperone carsico affacciato sul mare, a un'altezza superiore ai cento metri, con il profilo candido delle case a cupola che si staglia contro l'azzurro dell'Adriatico. Il mare è raggiungibile attraverso scalette scavate nel fianco della roccia: gradini incisi nella pietra calcarea, stretti e ripidi, che uniscono la parte alta del borgo — dove si governa e si prega — a quella bassa, dove si pesca e si commercia. È questa geometria verticale il vero segreto del luogo.

Un borgo nato dall'incontro tra Slavi e Saraceni

Secondo lo storico Pompeo Sarnelli, le origini di Peschici risalgono all'anno 970 d.C., quando Sueripolo, capitano degli Schiavoni, allontanò i Saraceni dal Monte Gargano su chiamata dell'imperatore Ottone I. Il nome stesso di Peschici è probabilmente di origine slava: la radice "pès" si riferisce alla sabbia, mentre i toponimi slavi pjèskusa o russo pèski indicano suolo sabbioso. Il territorio fu da sempre meta di migrazioni, e le genti che l'hanno attraversato hanno lasciato le proprie tracce nel nome del borgo, composto dai termini slavi "pesek" (sabbia) e "cist" (pura).

Peschici conserva ancora l'influenza della sua origine moresca, con grotte scavate nella roccia e antiche case bianche con tetto a cupola. Queste dimore di calce e pietra non sono semplici abitazioni: sono il risultato di secoli di stratificazione culturale, in cui i modelli dell'architettura mediterranea orientale si sono sovrapposti alle necessità difensive di un borgo esposto ai venti del mare e alle razzie dei pirati. Il paese è cresciuto nei secoli in modo abbastanza disordinato: le case sono sorte gradualmente seguendo il dirupo e le mura, in mezzo a percorsi campestri, strade, vicoli e gradinate che scendono verso il mare.

Il castello, Venezia e Federico II: una storia di pietra e potere

Al culmine dello sperone roccioso più alto, verso il mare, sorge il castello medievale, costruito attorno all'anno 970. Ma la sua storia non è quella di una fortezza tranquilla. Nel 1239, le fortificazioni di Termoli, Vieste e Peschici furono rase al suolo dai Veneziani, che il papa Gregorio IX aveva armato contro lo scomunicato Federico II di Svevia. Si racconta che l'imperatore in persona, per riparare il danno e ringraziare queste città che avevano subìto le distruzioni pur di essergli fedeli, fece un sopralluogo personale per ridisegnarle. Il castello che oggi si visita porta dunque impresse, nella pietra e nel perimetro, le ambizioni di Federico II.

Il castello, costruito in posizione strategica, venne ulteriormente rinforzato da Federico II, che fece aggiungere una torre chiamata "rocca imperiale". In seguito il borgo passò sotto la dominazione di Angioini e Aragonesi, Spagnoli, Asburgo e Borboni, ciascuno lasciando un segno nelle mura, nelle torri, negli archi. Sotto gli Spagnoli, nel 1504, il castello entrò nel sistema di difesa costiero contro il pericolo turco, ed è probabile che il recinto baronale sia stato realizzato proprio in quell'epoca.

La porta, le mura e il labirinto bianco

L'accesso alla zona antica del borgo avviene attraverso un arco e una torre di avvistamento di epoca angioino-aragonese, che gli abitanti chiamano "Porta del Ponte": aveva originariamente scopi difensivo-militari e, come per altri borghi medievali, veniva aperta al sorgere del sole e chiusa al tramonto, lasciando fuori gli incauti abitanti che non erano tornati in tempo. Oltre quella soglia, il tempo cambia registro. Il paese è caratterizzato da una rete intricatissima di vicoli, piazzette, corti, scalinate, stretti passaggi e archi tra le case bianche dai tetti a terrazza, tipici dell'architettura mediterranea.

Tra i monumenti che meritano attenzione, la Chiesa di Sant'Elia Profeta, costruita con grossi blocchi di pietre marmoree provenienti dalle cave della zona, e l'Abbazia di Calena, che sorge ai piedi del centro abitato. Quest'ultima è una delle pagine più antiche della storia locale: ancor prima che sorgesse il centro abitato, alcuni monaci benedettini si erano stanziati nella piana ai piedi del paese e avevano fondato l'Abbazia di Calena, oggetto di contesa dall'antichità sino ai giorni nostri. Qui una comunità di monaci benedettini trovò alloggio prima dell'anno 1000, costruendo un modello sociale egualitario e autosufficiente, basato sulla produzione e lo scambio, che accrebbe la fama e l'influenza dell'abbazia in ambito ecclesiastico.

Il porto, il pesce e il filo con la Serenissima

La storia di Peschici non si legge solo nelle pietre del castello o nelle absidi delle chiese: si legge anche in mare, nelle rotte che i pescatori del borgo tracciavano sull'Adriatico. Le tradizioni marinare di Peschici affondano le loro radici in un passato lontano: sin dai tempi antichi, la pesca è stata una delle principali attività economiche del borgo. Questa vocazione ittica ha intrecciato il destino del piccolo porto garganico con quello della potenza commerciale più grande del Mediterraneo medievale.

Venezia, la Serenissima, era una città che viveva di pesce. A Venezia, il pesce fresco era una risorsa fondamentale: i veneziani chiamavano "pesce" tutti i prodotti di mare consumati freschi, dalle anguille alle orate, dalle sardine ai molluschi e ai crostacei. Le autorità veneziane consideravano il pesce un alimento di base per sfamare gli abitanti della città, dai più ricchi ai più poveri, e i principi che reggevano i circuiti di vendita rispondevano all'idea di distribuire una risorsa necessaria a un prezzo ragionevole. Le acque del Gargano, pescose e pulite, rientravano naturalmente in questo sistema di approvvigionamento adriatico che alimentava i mercati di Rialto.

Il rapporto tra Peschici e Venezia non fu mai idilliaco sul piano politico — le flotte della Serenissima avevano distrutto le sue mura nel 1239 — ma sul piano commerciale i due mondi si erano a lungo cercati, uniti dall'interesse reciproco che il mare Adriatico, strada d'acqua tra nord e sud, garantiva a chi sapeva navigarlo. Percorrendo il tratto costiero da Peschici verso Vieste, oltre alle antiche torri di avvistamento, si possono ammirare i famosi trabucchi, antiche macchine da pesca della costa garganica, realizzate con pali conficcati nelle rocce e funi che trattengono una grande rete calata in acqua, detta "trabocchetto", con la quale si cattura il pesce. Questi impianti, che resistono ancora oggi sugli scogli come scheletri di legno, sono la testimonianza più visibile di quanto la pesca abbia modellato non solo l'economia del borgo, ma anche il suo paesaggio.

La Perla del Gargano, oggi

Peschici è considerata la "Perla del Gargano" per i suoi straordinari panorami. Fa parte del Parco Nazionale del Gargano, ed è riconosciuta tra i Borghi Autentici d'Italia. Se un tempo l'agricoltura, l'olivicoltura, la pastorizia e la pesca rappresentavano le principali voci di un'economia di sussistenza, da tempo la vocazione turistica ha preso il sopravvento e Peschici, assieme all'intero promontorio del Gargano, è una delle mete più gettonate del Mezzogiorno. Eppure, chi arriva aspettandosi solo spiagge e ombrelloni rischia di perdersi la parte migliore: quella verticale, fatta di scalini, archi, torri e grotte, dove ogni pietra ha un nome e ogni gradino racconta un secolo.

Salire fino al castello al tramonto, quando la luce radente incendia le case bianche e il mare prende il colore dell'ambra, significa capire perché questo borgo resiste da oltre mille anni sulla stessa rupe. Non nonostante la sua posizione scomoda, ma grazie a essa.

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