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Sembra un palazzo nobiliare, ma è una grotta: a Palagianello i monaci basiliani scavarono nella roccia una chiesa con abside e affreschi che nessun invasore trovò mai nei secoli bui

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 1 Agosto 2026 · 6 min di lettura
Interno di una chiesa rupestre scavata nella roccia calcarea a Palagianello, con tracce di affreschi bizantini sull'abside
Foto: GiovanniPasseri / CC0 via Wikimedia Commons

Arrivare a Palagianello dalla statale che costeggia l'arco ionico tarantino non prepara a nulla di quello che si trova oltre il ciglio. Il paese è quieto, le case bianche si dispongono ordinate sullo sperone calcareo, e solo avvicinandosi alla balaustra che chiude il centro abitato si capisce che sotto i piedi il terreno semplicemente sparisce. La gravina si apre senza preavviso: un canyon che può raggiungere duecento metri di profondità e quattrocento di larghezza , modellato dall'erosione carsica nel corso di milioni di anni. Sulle pareti di roccia color miele, appena oltre la soglia del vuoto, si aprono porte, finestre, scale e nicchie. Non sono decorazioni. Sono abitazioni. Sono chiese. Sono la memoria di un popolo che scelse il sottosuolo come scudo contro un mondo di superficie troppo pericoloso.

Una civiltà nata dalla roccia

L'insediamento umano nella gravina risale a circa 750.000 anni fa, con tracce concrete di frequentazione dal Neolitico all'Età del Bronzo. Ma è durante il Medioevo che il sito conosce la sua stagione più straordinaria. Monaci basiliani, comunità rurali e contadine plasmano abitazioni, stalle, chiese e vie d'acqua nella roccia, sfruttando le risorse ambientali in modo ingegnoso. La zona risulta abitata da monaci basiliani già in epoca altomedievale, come testimoniano gli insediamenti rupestri presenti lungo le pareti della gravina. Questi religiosi non erano eremiti per vocazione romantica: erano uomini in fuga. Nel 726 l'imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò un editto che ordinava la distruzione delle immagini sacre in tutte le province dell'Impero: questa lotta, detta iconoclasta, mise in fuga dall'Oriente migliaia di monaci, che per sfuggire alla persecuzione si rifugiarono nelle estreme regioni meridionali dell'Italia. Le gravine dell'arco ionico, con le loro pareti inaccessibili e i loro recessi naturali, erano esattamente il tipo di riparo che cercavano.

I monaci basiliani — così chiamati da San Basilio, fondatore dell'ordine — per scampare alle persecuzioni furono costretti a nascondersi in luoghi solitari come le foreste, sulle pendici delle colline, ma soprattutto in grotte che divennero luogo d'alloggio e di preghiera. Quando la natura non offriva cavità già pronte, essi scavavano nella roccia più friabile, creando rifugi adattati a dimore e luoghi di preghiera. Il confine tra l'umile cella del monaco e lo spazio liturgico era sottilissimo: accanto al giacitoio dove riposavano i monaci c'era la cripta con parete affrescata, destinata alla celebrazione della messa. Non marmo, non colonne, non campanili: solo la roccia viva, trasformata da mani pazienti in cattedrale silenziosa.

La chiesa di San Girolamo: un santuario invisibile

Tra tutte le testimonianze rupestri della gravina di Palagianello, quella che più colpisce chi scende lungo i sentieri dello spalto orientale è la chiesa di San Girolamo. Si trova al limite sinistro dell'insediamento, in posizione isolata e impervia. Dall'esterno non si vede quasi nulla: un'apertura nella roccia, qualche gradino inciso, il silenzio. Dentro, la realtà cambia completamente. L'interno, di forma trapezoidale, è diviso in due aule; nella parete di fondo si aprono cinque nicchie, con quella centrale molto profonda e con due altari in quelle poste alle estremità, a configurare una sorta di santuario; rimangono tracce di affreschi databili al XIV e al XV secolo e numerose iscrizioni e sinopie di affreschi probabilmente mai portati a termine.

Gli affreschi superstiti raccontano di un mondo figurativo che guarda a Oriente ma dialoga con l'Occidente crociato. Le sinopie degli scudi crociati, quella grande del Santo guerriero a cavallo e la piccola del Cavaliere che uccide un drago, nonché gli affreschi della Madonna con Bambino inducono a stabilire collegamenti con la cultura crociata e in particolare con Cipro. Diversi sono inoltre gli affreschi trecenteschi ritraenti un Santo Eremita, un Santo anonimo, un Santo Vescovo e una Vergine col Bambino. Ogni immagine è un documento sopravvissuto a secoli di umidità, abbandoni e silenzio.

Un villaggio intero sotto il paese

San Girolamo non è un caso isolato. Sul versante orientale della gravina si estende un villaggio rupestre straordinario, dove si trovano decine di ambienti scavati nella roccia — abitazioni, fienili, cisterne, frantoi e scale incise — collegati tra loro da sentieri e gradinate naturali. Questo nucleo trogloditico era abitato stabilmente fino alla metà del Novecento. Non si tratta dunque di un sito archeologico astratto, ma di un luogo vissuto per secoli in continuità, dove le funzioni cambiavano — prima chiesa, poi stalla, poi magazzino — ma la roccia restava la stessa.

Il comune di Palagianello ricorda anche le chiese di San Nicola e dei Santi Eremiti. La chiesa di San Nicola, localizzata a sud dell'abitato, risale al periodo altomedievale e per tutto il Medioevo svolse le funzioni di cappella funeraria privata di un'importante famiglia locale; in una delle tombe ritrovate al suo interno è stato rinvenuto un tesoretto di monete veneziane del XV secolo, e interessanti restano gli affreschi ancora presenti, tra i quali una Deesis datata al XII-XIII secolo nella nicchia dell'abside. La cripta dei Santi Eremiti, piccola e difficilmente visitabile, conserva invece preziosi affreschi del XII secolo e iscrizioni in greco, segno tangibile del rito orientale ancora praticato in quella roccia.

Meno nota e più piccola delle altre cittadine rupestri dell'arco ionico, Palagianello incarna però un equilibrio ottimale tra le risorse di cui dispone: risulta perfetta l'integrazione tra la città costruita e le sue fondamenta rupestri, senza iato nella transizione dalle case alle lamìe e alle grotte. È questa continuità — non la spettacolarità di un singolo monumento — la vera originalità del posto. Seguendo i sentieri che attraversano la macchia, a sorpresa, si scoprono le cripte, gli stazzi, le case scavate e le opere dell'uomo. Ogni curva del sentiero può rivelare un arco intagliato, una nicchia dipinta, un gradino consumato da generazioni di piedi.

Perché nessun invasore le trovò

La risposta è nella geografia. I motivi della colonizzazione monacale erano duplici: la ricerca di sicurezza in un territorio continuamente conteso tra Longobardi e Bizantini, esposto inoltre alle incursioni saracene dalla costa, e il desiderio di ascesi e distacco dalle cose terrene. Le gravine offrivano il rifugio tanto cercato: uno spazio naturale già scavato dalle acque meteoriche, facilmente trasformabile in celle, chiese e annessi abitativi. Un esercito che avanzasse lungo la costa o attraverso la pianura non aveva motivo di scendere in un canyon impraticabile, dove un solo uomo con una pietra poteva tenere a bada una colonna intera. Le chiese stavano lì sotto, invisibili, con i loro affreschi intatti e le loro lampade accese.

I monaci basiliani erano religiosi cattolici di rito bizantino che, con il loro operato, favorirono l'incontro tra la civiltà orientale e quella occidentale. Le loro grotte non erano semplici rifugi: erano laboratori culturali, dove il greco conviveva con il latino, dove l'immagine sacra sopravviveva all'editto che ne ordinava la distruzione, dove la teologia si faceva affresco sulla roccia. Oggi, scendendo nella gravina di Palagianello, si cammina letteralmente dentro quella sintesi. Non serve molta fantasia: basta lasciare la luce del sole e fare qualche gradino verso il basso.

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