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Sembra una cattedrale normanna, ma è scavata nella roccia: la straordinaria chiesa rupestre di San Michele a Gravina in Puglia

di Redazione · 21 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Interno della chiesa rupestre di San Michele delle Grotte a Gravina in Puglia: navate scavate nella roccia con pilastri e affresco nell'abside
Foto: Berthold Werner / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento preciso in cui si smette di pensare di essere in Puglia e si comincia a credere di trovarsi altrove: quando, percorrendo un sentiero bianco sul bordo orientale della gravina di Gravina in Puglia, si varca un cancello e la roccia si apre davanti. Non una grotta qualunque, non un rifugio di eremiti. Una chiesa. Anzi, qualcosa che di una chiesa ha tutte le proporzioni — le navate, i pilastri, le absidi — tranne che le mura in pietra squadrata. Qui ogni cosa è stata tolta, non costruita: sottratta alla roccia calcarea millenni di erosione carsica alla volta, poi plasmata dalla mano e dalla fede degli uomini.

Cinque navate sotto la terra

Il tour di Gravina in Puglia parte dal rione Fondovico e dalla singolarissima chiesa di San Michele delle Grotte, interamente scavata nella roccia, in una città che si affaccia su un habitat rupestre tra i più spettacolari d'Italia. Non è un vanto di poco conto: al confine tra Puglia e Basilicata, Gravina fa parte del Parco Nazionale dell'Alta Murgia, e la sua apparenza di borgo antico nasconde un mondo sotterraneo fatto di cunicoli, franai e chiese rupestri. Eppure, tra tutti questi spazi sotterranei, San Michele delle Grotte occupa una posizione a parte. Della chiesa colpiscono immediatamente le dimensioni, la struttura a ventaglio e l'articolazione su più piani a picco sulla gravina, prima di perdersi tra i quattordici pilastri che separano le cinque navate e si congiungono formando archi rudimentali. È un'architettura che disorienterebbe anche lo sguardo allenato: non il profilo austero di una cripta, ma qualcosa di più grande, di più ambizioso, che richiama involontariamente le grandi basiliche del romanico pugliese — solo che qui non c'è nulla da costruire, solo da scavare.

Ha struttura detta a ventaglio, è composta da cinque navate, cinque absidi, ben quattordici pilastri e, tutt'intorno alla chiesa, si aprono altre piccole grotte. Sul fondo sono scavate piccole absidi che ospitano gli altari e le statue di San Michele, in pietra del Gargano, e quelle in gesso degli arcangeli Gabriele e Raffaele. La dedicazione all'arcangelo non è casuale né isolata: il culto dell'arcangelo Michele fu iniziato dai Longobardi e sostenuto dai Bizantini, e si diffuse in tutta la Puglia lungo le strade dei pellegrini che si dirigevano verso Monte Sant'Angelo sul Gargano.

Un luogo di culto nato dalla necessità

Per capire perché esista una cattedrale scavata nella roccia, occorre tornare al IX e X secolo, quando la Puglia era un territorio conteso tra dominazioni diverse e la vita si svolgeva spesso al riparo della pietra. Il fenomeno delle chiese e dei nuclei insediativi rupestri in Puglia, risalente ai secoli della dominazione bizantina tra il IX e il XII secolo, è stato per molti anni ignorato o relegato a fenomeno marginale rispetto alla testimonianza storico-artistica delle chiese romaniche e dei castelli con i quali viene identificata l'immagine turistica della regione. Eppure è proprio in questo contesto che si capisce la funzione di San Michele: all'interno del villaggio rupestre, considerata vera e propria cellula economico-produttiva, la presenza di una chiesa contribuiva all'identificazione religiosa di una comunità, e il fenomeno delle chiese scavate va considerato come parte integrante della riorganizzazione territoriale voluta dai dominatori bizantini tra IX e XI secolo.

I monaci che abitarono queste gravine non erano figure marginali né semplici eremiti fuggiti dal mondo. I monaci basiliani, appartenenti all'antico ordine di San Basilio, giunsero in Puglia dal Medioriente, dalla Siria e dall'Egitto: abituati a vivere in luoghi aridi e rocciosi, nel Sud Italia trovarono condizioni climatiche e morfologiche a loro favorevoli e si rifugiarono nelle grotte e negli anfratti del territorio. Portarono con sé una tradizione artistica precisa, che ancora oggi emerge dalle pareti di tufa e calcare.

Gli affreschi: il cielo dipinto nella pietra

In un'abside della chiesa troviamo un meraviglioso affresco con Cristo, San Paolo e l'Arcangelo Michele. È la composizione più celebrata di San Michele delle Grotte, ma non è l'unica: è soprattutto il ciclo di affreschi distesi sulle pareti e nell'abside ad attrarre l'attenzione. Il Cristo benedicente alla greca giganteggia nel catino absidale sopra l'altare. A sinistra è la bella scena delle Mirofore: le tre Marie si recano al sepolcro per ungere il corpo del Signore ma si arrestano stupite di fronte alla pietra scoperchiata, al sepolcro vuoto e alle guardie addormentate. L'angelo annuncia loro che Gesù è risorto e lo indica con il dito. Sono immagini che seguono fedelmente i canoni dell'iconografia orientale, con quella fissità solenne che la tradizione bizantina ha reso inconfondibile in tutto il bacino del Mediterraneo.

Gli affreschi non presentano strati di intonaci spessi; in alcuni casi si tratta di dipinti realizzati a crudo sulla roccia, e i colori ricorrenti sono l'ocra, il verde, l'azzurro, il bianco e il giallo. Accanto ai santi vengono dipinti i loro nomi tramite iscrizioni in greco o in latino, e in alcuni casi anche dediche o commenti suggeriti dai committenti dell'opera. Questa caratteristica rende ogni affresco non soltanto un oggetto di devozione, ma una firma del tempo e delle persone che lo abitarono. I cicli pittorici appaiono comunque meno aggiornati rispetto alle descrizioni delle chiese di superficie, come se i villaggi rurali conservassero più a lungo il legame con la tradizione bizantina e la cultura orientale, rispetto alle città più propense ad assecondare i nuovi dominatori.

Gravina rupestre: un mondo parallelo sotto i vicoli

Da Piazza Benedetto XIII partono scale che conducono negli strati inferiori tra case medievali e chiese scavate nella pietra. Un sistema di ipogei vive sotto i quartieri di Piaggio e Fondovico, nel tempo trasformato in un insieme di stalle e cantine. Ma San Michele non è l'unico gioiello di questo sistema: lungo il canyon tormentato, fitto di cipressi, si scopre anche la cripta rupestre del Padre Eterno a navata unica e la cripta bizantina affrescata di San Vito Vecchio, assieme a chiese rupestri dedicate a San Basilio, a Sant'Andrea e a Santa Maria degli Angeli. Tornando in superficie, nel Museo Pomarici Santomasi è possibile ammirare gli affreschi staccati della cripta rupestre di San Vito Vecchio, un'opera trecentesca di straordinaria qualità che ha avuto una storia avventurosa, passando per Roma e Bruxelles prima di tornare a Gravina.

Eppure c'è qualcosa di irriproducibile nella visita a San Michele delle Grotte nel suo contesto originale: l'aria immobile della gravina, la luce filtrata dall'unico ingresso, il silenzio che non è assenza di suono ma accumulazione di secoli. All'interno di questi vicoli si trova anche l'ossario dei resti umani che apparterrebbero agli abitanti di Gravina trucidati durante un attacco dei Saraceni, un memento che ricorda quanto queste grotte non fossero solo luoghi di preghiera ma anche di rifugio e di resistenza. La pietra, qui, non è solo materiale: è archivio, è testimonianza, è la pelle di una città che ha scelto di sopravvivere scavando verso il basso anziché costruendo verso l'alto.

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