HomeTurismo › Settemila passi lungo un acquedotto che i Romani lasciarono a metà: chi finì di costruirlo nel 1939 e perché l'Acquedotto Pugliese è il più grande d'Europa

Settemila passi lungo un acquedotto che i Romani lasciarono a metà: chi finì di costruirlo nel 1939 e perché l'Acquedotto Pugliese è il più grande d'Europa

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 28 Giugno 2026 · 6 min di lettura
La cascata monumentale dell'Acquedotto Pugliese a Santa Maria di Leuca che sfocia nel mare
Foto: Dany Car89 / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un verso di Orazio che i pugliesi conoscono bene, anche quando non sanno di conoscerlo. Il poeta latino, figlio di quella stessa terra, la descriveva con un'immagine bruciante: siticulosae Apuliae, la Puglia sitibonda. La costruzione dell'Acquedotto Pugliese fu avviata nel 1906 proprio con l'intento di risolvere il millenario problema della penuria d'acqua nella regione, già descritta da Orazio come terra assetata. Una terra che, prima di quell'opera titanica, sopravviveva affidandosi a espedienti antichi e fragili.

Cisterne, pozzi e una terra senz'acqua

Per secoli la Puglia non aveva avuto altra scelta che raccogliere la pioggia. Non essendo il sottosuolo pugliese ricco di acqua facilmente estraibile, da sempre veniva adoperata l'acqua piovana raccolta in cisterne, che non garantivano quantità sufficienti e la necessaria prevenzione da epidemie. I Romani, pur maestri di ingegneria idraulica, avevano lasciato soluzioni parziali e locali. A Brindisi, per esempio, nel primo secolo dopo Cristo, sotto l'imperatore Claudio, un acquedotto portava acqua raccolta a dodici chilometri a ovest, in una grande vasca cilindrica alimentata da pozzi della zona circostante. Era però un'opera locale, non un sistema regionale. La Puglia intera restava assetata, e ci vollero quasi duemila anni prima che qualcuno trovasse il coraggio — e i fondi — per affrontare davvero il problema.

Il primo a immaginare una soluzione organica fu l'ingegnere del Genio Civile Camillo Rosalba. Il suo progetto, presentato nel 1867-68, fu accolto con grande scetticismo e quindi accantonato, perché ritenuto troppo ambizioso: si trattava di costruire l'acquedotto più lungo del mondo, buona parte del quale doveva essere scavato in galleria. Ci vollero ancora tre decenni di commissioni, dibattiti e battaglie parlamentari prima che l'idea prendesse forma concreta.

Il progetto prende forma: da Caposele alla pianura pugliese

Nel 1898, grazie a una legge apposita, venne autorizzato lo studio di un progetto tecnico per la fornitura di acqua potabile in tutta la Puglia, e con Regio Decreto fu istituito ad Avellino un ufficio speciale del Genio Civile per la compilazione del progetto. Quattro anni dopo, dalla Commissione scaturì un Consorzio fra lo Stato e le tre province di Bari, Foggia e Lecce, a cui fu affidato il compito della costruzione, manutenzione ed esercizio perpetuo dell'Acquedotto Pugliese. I lavori veri e propri ebbero inizio nel 1906, quando venne costituito il primo Consiglio di Amministrazione del Consorzio per l'Acquedotto Pugliese, con presidente l'onorevole Giuseppe Pavoncelli, e alle sorgenti Madonna della Sanità di Caposele ebbero inizio i lavori per lo scavo della grande galleria dell'Appennino e le opere di captazione.

La scelta della sorgente di Caposele non fu casuale: la portata del fiume Sele, eventualmente integrata con le acque di fonti limitrofe, apparve l'unica capace di assicurare un approvvigionamento adeguato ai bisogni pugliesi. Per trasportare quell'acqua attraverso l'Appennino e poi distenderla sulla pianura carsica pugliese, fu necessario ricorrere alle tecniche più avanzate dell'epoca. Nella costruzione dell'acquedotto fu fatta la più vasta applicazione delle tubazioni in cemento armato mai tentata fino ad allora; il vantaggio rispetto alle tradizionali tubature in ghisa era quello di avere minori costi e una maggiore portata, che tra le altre cose avrebbe permesso di mantenere l'acqua più fresca.

Il "miracolo" dell'acqua nelle piazze di Puglia

Il cantiere procedette lentamente, tra difficoltà tecniche enormi, finanziamenti incerti e la prima guerra mondiale. Ma la prima fontana sgorgò, e fu un evento che rimase impresso nella memoria collettiva. In epoca giolittiana, pochi giorni prima dello scoppio del Primo conflitto mondiale, a Bari in Piazza Umberto alle ore 11:00 di sabato 24 aprile 1915 sgorgò la prima fontana, e quel giorno centinaia di persone accorsero festanti per assistere all'evento; nei giorni successivi giunsero in migliaia dalle città limitrofe per contemplare il miracolo dell'acqua che sgorga illimitata dalle fontane.

Ma completare la rete richiese decenni di ulteriore lavoro. L'acqua arrivò a Brindisi solo nel 1918. A seguito della completa costruzione del "Grande Sifone Leccese", solo nel 1927 l'acqua arrivò nella città di Lecce. La fornitura di acqua alla provincia di Foggia venne completata in tredici anni dal primo allaccio. Si trattava di un'infrastruttura che avanzava a tratti, inseguendo un territorio vastissimo e geologicamente complesso, dove ogni chilometro in più significava pozzi, gallerie, sifoni e serbatoi da costruire.

1939: la cascata di Leuca e il sigillo di Mussolini

Il momento del compimento arrivò alla vigilia di un'altra guerra. Nel 1939 l'opera vide il suo compimento, con il completamento delle opere terminali di Santa Maria di Leuca, dove venne realizzata una cascata spettacolare. Il capolinea simbolico dell'intero sistema idrico fu scelto non a caso: l'ultima propaggine del Salento, il punto in cui lo stivale d'Italia tocca il mare, ai piedi del santuario di Santa Maria di Leuca. Tra i principali tronchi realizzati tra le due guerre, il principale è denominato Grande Sifone Leccese e costituisce il prolungamento del canale principale fino alla cascata monumentale; l'opera terminale fu inaugurata poco prima dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale dallo stesso Benito Mussolini, che volle personalmente la costruzione della cascata monumentale. Per l'occasione, Mussolini donò la colonna romana installata di fronte ad essa, a sancire la fine di una delle più grandi opere di ingegneria idraulica del mondo.

L'acquedotto che si completava in quell'estate del 1939 non era soltanto un fatto tecnico: era anche un fatto politico e identitario. L'ingegneria al servizio di una regione che aveva aspettato secoli. E la scelta di chiuderlo con una cascata che precipita nel mare, davanti a un santuario, aveva tutta la forza di un gesto teatrale e definitivo.

Il più grande d'Europa: i numeri di un'opera senza paragoni

La rete idrica dell'Acquedotto Pugliese si estende per 20.000 chilometri e soddisfa più di 4 milioni di persone, con impianti di potabilizzazione e centinaia di serbatoi: è l'acquedotto più grande d'Europa. A questi numeri già impressionanti si sommano, secondo i dati più aggiornati del gestore, oltre 21.000 chilometri di reti idriche — pari a trenta volte la lunghezza del Po — più di 10.000 chilometri di reti fognarie e 182 depuratori. Una dimensione che rende difficile anche solo immaginare la complessità del sistema. Già all'inizio del Novecento la rivista tecnica inglese Engineering di Londra aveva dedicato corposi articoli all'opera: in quegli scritti si confrontava l'Acquedotto Pugliese con i grandi acquedotti del mondo — quello di Catskill a New York, di Los Angeles, di Coolgardie in Australia — sottolineando la lunghezza straordinaria di quello italiano.

L'acquedotto ha attraversato anche momenti drammatici. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Winston Churchill progettò un'azione militare in Italia battezzata "Colossus": il colosso era appunto l'Acquedotto Pugliese, e lo scopo era far saltare il ponte-canale Tràgino, così da ridurre alla sete la Puglia e fiaccare il morale dei pugliesi, e assieme la resistenza delle milizie italiane. La missione fallì, ma il fatto che un primo ministro britannico progettasse un'operazione militare specifica per distruggere un acquedotto la dice lunga sull'importanza strategica — oltre che umana — di questa infrastruttura.

Camminare oggi lungo i sentieri che costeggiamo le sue gallerie e i suoi canali — quei "settemila passi" metaforici che scandiscono la storia della Puglia moderna — è un modo per capire cosa significhi davvero trasformare una terra. La Puglia sitibonda di Orazio non esiste più. Al suo posto c'è una regione che porta l'acqua dalla Campania fino all'estrema punta del Salento, in una cascata che sfocia nel mare come un epilogo degno di un poema epico.

Fonti e approfondimenti

Continua a leggere

Interno di una chiesa rupestre medievale a Monopoli con affreschi bizantini sulle pareti in tufo
Turismo

Perché Matera è famosa per i Sassi e Monopoli no? Il borgo pugliese con una città di grotte sotto la città che i Normanni trasformarono in chiese rupestri

La Fontana Greca di Gallipoli illuminata dalla luce del tramonto, con i bassorilievi mitologici e le cariatidi in primo piano
Turismo

La fontana greca di Gallipoli: duemilaquattrocento anni di acqua dolce e il mistero che divide ancora gli studiosi

Turismo

La cattedrale di Trani sorge sull'acqua: il segreto del duomo normanno costruito su una scogliera a picco sul mare

Facciata gotica della Concattedrale di Santa Maria Assunta di Ostuni con il grande rosone centrale a 24 raggi, fotografata alla luce del tardo pomeriggio
Turismo

La cattedrale di Ostuni e la facciata che non finì mai: sessant'anni di cantiere, un rosone gotico e l'ombra degli Aragonesi

Vista aerea di Castel del Monte al tramonto con le otto torri ottagonali che proiettano ombre geometriche sul cortile interno, Andria, Puglia
Turismo

Sembra un castello normanno, ma Federico II lo volle senza stalle né cucine né pozzi: Castel del Monte è un calendario di pietra con otto torri che scandivano il tempo come un orologio astronomico

La facciata romanica della Cattedrale di San Sabino in piazza Odegitria a Bari Vecchia, con il campanile sullo sfondo al tramonto
Turismo

Il campanile che non appartiene alla cattedrale: il segreto di San Sabino, il patrono di Bari che batté San Nicola per oltre due secoli