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Torre Guaceto di Carovigno: la sentinella di pietra che veglia su una riserva frequentata sin dall'età del Bronzo

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 25 Giugno 2026 · 6 min di lettura
La torre aragonese di Torre Guaceto al tramonto, sul promontorio di Carovigno in provincia di Brindisi
Foto: Gabriele nex / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Ci sono luoghi che non si lasciano ridurre a una spiaggia, per quanto bella. Torre Guaceto, sul litorale adriatico del comune di Carovigno, in provincia di Brindisi, è uno di questi. Prima ancora che il mare color smeraldo catturi lo sguardo del visitatore, è la sagoma massiccia di una torre di pietra a imporsi sul promontorio, solitaria e autorevole come una sentinella che non ha mai smesso il proprio turno. Quella torre è la chiave di lettura di un luogo che porta addosso, stratificati come le rocce del fondale, millenni di storia umana.

Un nome che viene dal deserto

Il nome stesso di Torre Guaceto racconta di popoli lontani: deriva dall'arabo "Al Gawsit", che significa "luogo dell'acqua dolce", a testimonianza della presenza di sorgenti vitali per le comunità umane e animali fin dall'antichità. Non è un dettaglio secondario. L'importanza di questo porto è testimoniata dal geografo arabo Edrisi che nel 1164 definì Torre Guaceto con quel toponimo, "Gaw Sit", traducibile appunto come "il luogo dell'acqua dolce". In un'epoca in cui una sorgente poteva decidere le sorti di un approdo, la piccola rada di Carovigno era una tappa obbligata per chiunque navigasse lungo la costa adriatica pugliese. La conformazione naturale del sito la rendeva particolarmente preziosa: l'abbondanza d'acqua dolce nelle vicinanze, la possibilità di sbarco agevole e la presenza di una vasta palude che separava il promontorio dalla terraferma la rendevano facilmente difendibile.

Dalla preistoria ai Romani: una frequentazione continua

Le più antiche evidenze archeologiche oggi note a Torre Guaceto si riferiscono all'età del Bronzo, nel II millennio avanti Cristo , un periodo in cui il paesaggio era assai diverso dall'attuale. I villaggi dell'età del Bronzo della riserva sono oggi localizzati sul promontorio di Torre Guaceto e sui cosiddetti Scogli di Apani, e nascono probabilmente alla fine del Bronzo Antico — intorno al XIX secolo avanti Cristo — per poi stabilizzarsi nel Bronzo Medio, tra il XVIII e il XV secolo avanti Cristo. Dopo quelle prime comunità, numerosi reperti archeologici attestano che l'area fu frequentata anche dai Messapi e poi soprattutto dai Romani, come testimoniato dal rinvenimento di numerose marre di ancore in piombo.

In epoca romana il sito svolse un ruolo economico preciso e documentato. Torre Guaceto si configurava come un "caricatore", cioè un punto d'imbarco funzionale alla raccolta della produzione di olio e vino dell'entroterra e alle attività produttive delle vicine fornaci: da qui chiatte o piccole imbarcazioni portavano le derrate fino a Brindisi, da dove venivano caricate sulle grandi navi onerarie romane alla volta delle stazioni commerciali del Mediterraneo. Un ingranaggio discreto ma essenziale nei commerci dell'impero.

Il faro tardoantico e i secoli di scorrerie

Con la tarda antichità, la rada non perse la propria centralità. In età tardoantica, tra il V e il VI secolo dopo Cristo, la rada di Torre Guaceto era ancora un approdo importante: sul terzo isolotto antistante alla baia sono stati individuati i resti di una torre-faro, realizzata in grossi blocchi squadrati, che segnalava l'ingresso alla baia ormai invasa dal mare, e nelle acque immediatamente antistanti è stato rinvenuto anche un relitto coevo. Era dunque già all'opera, secoli prima della torre aragonese, un presidio luminoso destinato a guidare i naviganti.

Poi vennero i secoli più turbolenti. Nell'XI secolo Torre Guaceto era uno degli approdi prediletti dalle piccole e veloci feluche dei Saraceni provenienti dalla Turchia che, attratti dall'abbondanza di acqua dolce, vi si rifugiarono durante i saccheggi dell'entroterra costiero. La rada fu utilizzata almeno due volte, nel 1482 e nel 1528, anche dai Veneziani come porto sicuro dove ricoverare i vascelli per muovere all'attacco dei piccoli centri dell'interno — San Vito dei Normanni e Carovigno — evitando così le difese del porto di Brindisi. Ogni potenza marinara che controllava l'Adriatico meridionale aveva, prima o poi, fatto sosta a Guaceto.

La torre aragonese: vedetta del Cinquecento contro i Turchi

Fu la minaccia ottomana a imprimere a Torre Guaceto la sua forma definitiva. La necessità di presidiare questo importante approdo condusse gli Aragonesi alla costruzione nel 1531 dell'attuale torre di guardia, anche se una struttura più antica già esisteva sul sito. La torre rientra in un complesso difensivo realizzato durante il regno di Carlo V nel 1563 per difendere le coste dalle scorrerie dei Turchi. Posta all'estremità meridionale del promontorio, a circa cinque metri sul livello del mare, la sua posizione permetteva di comunicare visivamente con le torri costiere vicine — Torre Santa Sabina e Torre Testa — ma anche con le più distanti Torre Regina Giovanna e il Castello di Serranova nell'entroterra.

Torre Guaceto entrò così a far parte del sistema difensivo costiero contro le incursioni turche: le torri di avvistamento comunicavano tra loro attraverso segnali di fumo di giorno e di fuoco la notte, mentre acusticamente si servivano delle campane. Una rete di allarme silenziosa e capillare che copriva centinaia di chilometri di costa pugliese.

La riserva: quando la natura ha ripreso la parola

Per secoli teatro di commerci, sbarchi e battaglie, Torre Guaceto ha poi attraversato un lungo periodo di abbandono. A partire dal XIX secolo Guaceto divenne un porto deserto, frequentato solo da contrabbandieri. Nel corso del Novecento la zona rischiò di essere compromessa da progetti di industrializzazione e speculazione edilizia, ma grazie all'impegno di associazioni ambientaliste come il WWF e all'intervento delle istituzioni fu progressivamente tutelata, fino all'istituzione ufficiale della riserva nel 2000.

Oggi l'oasi è inclusa nella Riserva Naturale Marina e riconosciuta come Zona Speciale di Conservazione e Zona di Protezione Speciale: si estende per 1.800 ettari nei comuni di Carovigno e Brindisi, lungo uno dei tratti di costa adriatica più integri e rappresentativi, con paludi e dune alte fino a dieci metri. La gestione della riserva è affidata a un consorzio formato dai comuni di Brindisi e Carovigno e dal WWF Italia.

La torre aragonese, simbolo di tutto questo, non è più una sentinella armata ma ospita oggi un allestimento storico-archeologico. Sede di un percorso espositivo a tema storico-archeologico, offre ai visitatori un viaggio indietro di circa duemila anni, con la ricostruzione di imbarcazioni romane e la possibilità di osservare il paesaggio incontaminato circostante. Dalla sua sommite, il mare che si apre verso oriente è lo stesso che Messapi, Romani, Saraceni e marinai veneziani hanno visto: mutevole nella luce, immutabile nella sua promessa.

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