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Nessun documento di cantiere, nessun architetto: il vero mistero di Castel del Monte è il silenzio di Federico II

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 24 Giugno 2026 · 7 min di lettura
Veduta aerea di Castel del Monte al tramonto, con le otto torri ottagonali che proiettano le loro ombre sulle Murge di Andria
Foto: Bernard Gagnon / CC0 via Wikimedia Commons

Ci sono edifici che parlano e ci sono edifici che tacciono. Castel del Monte tace, e lo fa con una coerenza che sfida otto secoli di indagini storiche. Ubicato nel territorio di Andria, si innalza in uno splendido isolamento su un'altura a 540 metri sul livello del mare, visibile da gran parte delle città costiere di Terra di Bari e dal Gargano. Da quella collina delle Murge occidentali, la struttura ottagonale in pietra calcarea domina l'orizzonte con la sicurezza di chi non ha nulla da spiegare. E di spiegazioni, in effetti, non ne ha lasciate nessuna.

Un'unica lettera per un capolavoro senza nome

Le notizie storiche relative alla costruzione di Castel del Monte sono limitate a un solo documento: la lettera del 29 gennaio 1240, con la quale l'imperatore Federico II di Svevia ordinava al Giustiziere di Capitanata, Riccardo di Montefuscolo, di raccogliere il materiale necessario per la costruzione del castello, situato presso la chiesa — oggi scomparsa — di Sancta Maria de Monte. Una lettera. Una sola. Per un monumento che l'UNESCO avrebbe riconosciuto, nel 1996, come Patrimonio dell'Umanità. Fino alla morte di Federico II non vi sono altri documenti, tant'è che non è neppure storicamente accertato che il castello sia stato completato e che l'imperatore lo abbia mai visitato.

A rendere ancora più intricato il quadro, quella lettera fu scritta da Gubbio, mentre l'anno prima Federico II aveva ricevuto la seconda scomunica da parte di papa Gregorio IX, e dopo aver ingaggiato una battaglia per impedire l'indizione di un concilio che avrebbe proclamato ufficialmente l'atto di scomunica, l'imperatore aveva bloccato le strade di accesso a Roma, fermando e uccidendo cardinali e prelati che, via mare, stavano dirigendosi verso la capitale della cristianità. Eppure, in mezzo a quella tempesta politica e religiosa, lo Stupor Mundi trovava il tempo di scrivere a un funzionario provinciale per sollecitare calce e pietre. Il silenzio burocratico attorno alla costruzione risulta dunque ancora più eloquente: nessun registro di cantiere, nessun libro mastro di pagamenti, nessun contratto con maestranze. Solo quel foglio di pergamena partito da Gubbio.

L'architetto che non c'è

Non si conosce il nome certo dell'architetto; sicuri sono i contatti con i conversi cistercensi in quegli anni, come anche quelli con maestranze islamiche negli anni Quaranta del XIII secolo. Il vuoto di paternità progettuale è uno degli aspetti che più ha tormentato gli storici dell'architettura medievale. Non si è riusciti ad attribuire a un architetto specifico la grandiosa opera; è stato fatto il nome di Riccardo da Lentini, ma molti attribuiscono un ruolo preminente allo stesso Federico II, almeno rispetto all'ideazione e al senso complessivo. La leggenda vuole che l'imperatore sia stato condizionato nella progettazione dell'edificio dal grande matematico Leonardo Fibonacci, dalla sua sequenza e dalle sue teorie sul numero aureo. Suggestione affascinante, certo, ma priva di riscontri documentali certi. Nel 1226 Federico II incontrò Leonardo Fibonacci a Pisa, e la geometria della costruzione risentì della serie di Fibonacci e della sezione aurea , secondo alcune ricostruzioni degli studiosi; ma anche in questo caso il confine tra storia e narrazione resta labile.

Ciò che appare chiaro, invece, è il materiale con cui l'edificio fu eretto. Con la sua struttura ottagonale costituita da pietra locale calcarea, risalta da lontano per il suo colore bianco avorio. La pietra calcarea locale, utilizzata per la struttura portante, si fonde armoniosamente con i marmi pregiati e la breccia corallina, impiegati per decorazioni e dettagli, creando un gioco di luci e ombre che esalta la magnificenza dell'edificio. Una magnificenza oggi ridotta a struttura muraria nuda, perché nei secoli successivi all'abbandono il castello fu letteralmente spogliato dei suoi rivestimenti.

La geometria dell'ossessione

Anche a tacere sulla sua origine, il castello parla attraverso la geometria con una chiarezza quasi ossessiva. La costruzione si presenta come un massiccio poligono a pianta ottagonale, con otto sale trapezoidali a piano terra e altrettante a primo piano; negli angoli sono presenti otto torri, anch'esse ottagonali. L'ossessiva presenza del numero 8 — simbolo nella tradizione cristiana dell'unione dell'infinito con il finito, la somma dei giorni della creazione con quello della resurrezione — si unisce ai dati astronomici e ai rapporti geometrici, all'uso di quanto scienza e tecnica all'epoca consentissero: tutto è finalizzato a realizzare un edificio comunque "unico" nella cultura dell'epoca.

Questa diversità è evidente anche nel portale, dove figurano un arco in stile arabo, un timpano in stile greco-romano e bifore in stile gotico. Un sincretismo architettonico che riflette la natura stessa di Federico II: questa fusione di elementi architettonici classici, nord-europei e islamici rende Castel del Monte un vero e proprio crocevia di culture, un esempio di come Federico II abbia saputo integrare saperi diversi in una sintesi artistica di straordinaria originalità.

Un castello che non è un castello

Proprio l'assenza di documenti ha aperto le porte a ogni tipo di interpretazione sulla funzione dell'edificio. Castel del Monte non si trova in una zona inaccessibile e inespugnabile in grado di poter respingere un eventuale attacco nemico, e lo conferma il fatto che non presenta un fossato o un ponte levatoio. Inoltre, non vi sono scuderie, saloni per ricevimenti o prigioni, e sono del tutto assenti le caditoie e le feritoie alte e strette; a tutto questo si somma il fatto che le scale a chiocciola delle torri non girano sulla destra come nelle altre fortificazioni medievali, ma sulla sinistra, consentendo al nemico di avere libera la mano armata.

Il risultato è una serie di ipotesi che si accavallano senza escludersi del tutto. Secondo alcune indagini, che sottolineano gli evidenti richiami alla geometria e all'astronomia, Castel del Monte era stato progettato per essere una sorta di tempio del sapere; ricerche più recenti attribuiscono invece alla struttura una funzione affine a un centro benessere sul modello dell'hammam arabo, ipotesi sostenuta dalla presenza di strutture di canalizzazione dell'acqua, cisterne e da quella che sembra essere stata la probabile esistenza di un percorso obbligato. Nel 2012, secondo il professor Giuseppe Fallacara e il ricercatore Ubaldo Occhinegro del Politecnico di Bari, Castel del Monte sarebbe un'ingegnosa macchina idraulica per la raccolta delle acque piovane e sotterranee, utilizzate per la cura del corpo: un vero e proprio centro termale capace di sfruttare l'acqua scaldata dai grandi camini a varie temperature sull'impronta dei bagni orientali.

Il declino, il riscatto e il centesimo di euro

Dopo il 1268, anno della definitiva sconfitta degli Svevi in Italia, Carlo I d'Angiò vi fece imprigionare i figli di Manfredi, dando inizio all'uso improprio cui il castello fu oggetto per secoli. Passato agli Aragonesi prima e agli Spagnoli poi, fu venduto nel 1552 ai conti Carafa di Ruvo, che lo utilizzarono prima come villa per poi abbandonarlo; in occasione della terribile peste del 1656 fu utilizzato come rifugio da alcune nobili famiglie di Andria, ma dal XVIII secolo rimase pressoché incustodito, divenendo rifugio di pastori e briganti e cava di materiali preziosi, tant'è che oggi resta solo la struttura muraria dell'edificio. Nel 1876 fu acquistato dallo Stato italiano per sole 25 mila lire e sottoposto a più restauri, fino a essere inserito nel 1996 nell'elenco dei siti Patrimonio dell'Umanità riconosciuti dall'UNESCO. Oggi la sua immagine campeggia sul retro della moneta italiana da un centesimo di euro: il volto di pietra più discreto e più celebre d'Italia.

Forse è proprio questo il lascito più autentico dello Stupor Mundi: superando le visioni specialistiche con cui esso è stato di volta in volta studiato per riconsiderarlo nella sua unità complessiva, il castello appare, indipendentemente dal suo uso, come vera e propria rappresentazione fisica della potenza e della cultura della Corte Sveva e del potere imperiale. Un uomo che aveva governato metà del mondo conosciuto, che aveva dialogato con i sultani e sfidato i papi, aveva scelto di costruire qualcosa che non spiegasse nulla. E in quel silenzio voluto, calcolato, geometricamente preciso come ogni angolo del suo ottagono, aveva nascosto il messaggio più difficile da decifrare: sé stesso.

Fonti e approfondimenti

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