HomeTurismo › Sembra una città fantasma, ma il suo porto muoveva il Mediterraneo: Egnazia, la colonia messapica che Roma trasformò in snodo dell'Adriatico e oggi giace sepolta tra Fasano e Monopoli

Sembra una città fantasma, ma il suo porto muoveva il Mediterraneo: Egnazia, la colonia messapica che Roma trasformò in snodo dell'Adriatico e oggi giace sepolta tra Fasano e Monopoli

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 24 Giugno 2026 · 7 min di lettura
I resti della via Traiana che attraversa il parco archeologico di Egnazia, con le mura messapiche sullo sfondo e il mare Adriatico all'orizzonte
Foto: Fradeve11 / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un tratto di costa adriatica, tra la marina di Savelletri e il profilo lontano di Monopoli, dove il mare ha la strana abitudine di restituire frammenti di storia con la stessa naturalezza con cui deposita alghe sulla riva. Qui, a pochi chilometri da Fasano, si apre uno degli scenari più silenziosi e potenti della Puglia antica: il parco archeologico di Egnazia, dove i resti di una città che ha attraversato tremila anni di civiltà affiorano dalla terra rossa come ossa di un corpo che la storia ha dimenticato troppo in fretta. Eppure questa città non era affatto marginale. Era un nodo.

Gnathia: prima che arrivassero i Romani

L'area fu abitata sin dal XV secolo a.C., nell'età del bronzo. Già nella media età del bronzo il villaggio di capanne divenne un abitato di pietra che si estendeva dalle colline dell'acropoli verso l'interno. Nel XI secolo a.C. venne raggiunta da popolazioni provenienti dall'area balcanica, gli Iapigi; successivamente, a partire dall'VIII secolo a.C., fu abitata dai Messapi. In lingua messapica la città si chiamava Gnathia, e il nome stesso potrebbe raccontare molto della sua vocazione: il popolo messapico, rinomato per i domatori di cavalli, aveva valorizzato il ruolo del porto come scalo, tappa e rifugio, intrattenendo rapporti con la vicina Grecia. Secondo alcuni studiosi, il nome Gnathia avrebbe il significato di "bocca" o "imboccatura", riferendosi al suo particolare approdo favorito da un'insenatura.

Fu centro dei Messapi posto ai confini con la Peucezia, lungo la cosiddetta soglia messapica. Come ogni città-stato messapica, Gnathia era cinta da mura e, poiché si trovava sul mare, queste correvano a semicerchio ma solo dalla parte verso terra. Una possente doppia cinta muraria, alta fino a sette metri, la proteggeva dal lato dell'entroterra. Le mura furono sicuramente edificate anche per la difesa da Taranto, costituendo una testimonianza degli scontri tra Messapi e Tarantini nel IV secolo a.C., prima della successiva alleanza contro i Romani. Di quella fase restano, oltre alle mura, le necropoli, con tombe a fossa, a semicamera e monumentali tombe a camera decorate con raffinati affreschi. La ricchezza di queste sepolture è tutt'altro che casuale: l'importanza di una tomba a Egnazia era data dalle sue dimensioni e dalla sua decorazione, a connotare la presenza di una classe sociale aristocratica capace di commissionare grandi tombe di carattere familiare.

Roma trasforma Gnathia in Egnatia: lo snodo dell'Adriatico

Fu solo con il dominio romano, a partire dal III secolo a.C., che il piccolo abitato si ingrandì e si trasformò fino a divenire un centro rinomato per i traffici col mondo greco e orientale. La città entrò a far parte prima della Repubblica come civitas foederata, probabilmente dopo il 267-266 a.C., e poi come municipium dopo la guerra sociale. E qui emerge il dettaglio che dà ad Egnazia il suo peso storico vero: il porto. Il toponimo romano Egnatia deriva dal fatto che il suo porto veniva principalmente utilizzato per raggiungere l'inizio della via Egnatia, l'antica strada di comunicazione della Repubblica romana che congiungeva l'Adriatico con l'Egeo e il Mar Nero, la cui realizzazione ebbe inizio nel 146 a.C. su ordine del proconsole di Macedonia Gneo Egnazio. Chi salpava da Egnazia puntava verso est e imboccava la grande arteria che attraversava l'intera penisola balcanica fino a Bisanzio: ogni mercanzia — spezie, ceramiche, tessuti pregiati — che transitava tra Occidente e Oriente passava, in un modo o nell'altro, per questa costa adriatica pugliese.

Sotto i Romani, Egnazia rivestì grande importanza commerciale, trovandosi sul mare nel punto esatto in cui la via Traiana raggiungeva la strada costiera, circa cinquanta chilometri a sud-est di Bari. I resti della via Traiana, fatta costruire tra il 108 e il 110 d.C. dall'imperatore Traiano come variante della via Appia per collegare Benevento a Brindisi, fanno da ideale divisione tra gli edifici pubblici e i quartieri residenziali e artigianali della città romana. Ancora oggi, percorrendo il parco, lungo l'antica via Traiana sono ancora visibili i solchi lasciati dai carri. In epoca romana il porto ospitava magazzini, strutture commerciali e fornaci usate per la produzione di materiale ceramico di uso comune. Gli scrittori latini non ignorarono questa città: autori come Plinio, Strabone e Orazio la citano come centro di traffici e commerci, favoriti dalla posizione geografica, dalla presenza della via Traiana e del porto. Ad Egnathia fece tappa, nel I secolo prima di Cristo, il poeta satirico Orazio Flacco, giunto quasi al termine del suo viaggio da Roma a Brindisi: nella sua V Satira del I libro la descrisse brevemente come "la città, costruita contro la volontà delle Ninfe, che desidera persuaderci con risa e scherzi."

La città che si spegne: terremoti, Goti e Saraceni

Il declino di Egnazia non fu il colpo netto di una conquista, ma il lento sgretolamento di un sistema che aveva retto per secoli. Un primo colpo decisivo arrivò dalla natura: un forte terremoto nel 365 d.C. causò l'abbassamento della costa, il porto e le costruzioni limitrofe sprofondarono in mare e l'acqua inondò anche parte della necropoli vicina alla costa, come ancora oggi testimonia la presenza di molte tombe invase dall'acqua. Il porto reso inagibile impedì di proseguire i ricchi commerci e per Egnazia cominciò un lento periodo di decadimento. Poi vennero le guerre. Poco si sa della sua fine, ma è molto probabile che essa, come molte altre città, sia stata saccheggiata dai Goti del re Totila nel corso della guerra greco-gotica, intorno al 545 d.C. Egnazia era nel frattempo diventata città episcopale, acquisendo ricchezza tramite il potere religioso in contrasto con la decadenza dell'impero. Una sede episcopale chiamata Egnazia Appula fu istituita probabilmente prima del 400, suffraganea dell'Arcidiocesi di Bari, e soppressa nel 545, con il suo territorio riassegnato alla nascente Diocesi di Monopoli.

Si crede che la diffusione della malaria in epoca paleocristiana e l'insicurezza data dalla posizione costiera — nell'Alto Medioevo erano molto frequenti le scorrerie dei Saraceni lungo le coste — abbiano spinto i pochi abitanti rimasti a rifugiarsi nei casali dell'entroterra; così nacque Fasano, assieme ad altri piccoli centri, e si sviluppò Monopoli. Nella seconda metà del VI secolo d.C. l'acropoli fu dotata di una cinta muraria e di un edificio quadrangolare fortificato, i cui segni di utilizzo persistono fino al XII secolo d.C., quando Egnazia risulta ormai abbandonata. Una città intera si dissolse nell'oblio, e al suo posto rimase solo la pietra.

Gli scavi, i saccheggi e il museo che restituisce la memoria

La riscoperta di Egnazia non fu nobile quanto la sua storia. I primi depredamenti ebbero luogo nel 1809, quando alcuni ufficiali francesi di stanza a Egnazia cominciarono a sondare il terreno circostante le rovine — all'epoca coperte di rovi — per ricavarne reperti da rivendere sul mercato archeologico clandestino. A causa della carestia del 1846 e alla conseguente mancanza di lavoro, fasanesi e monopolitani si diedero al saccheggio sistematico di centinaia di tombe per fare incetta di vasi, bronzi, oggetti d'oro, monete e statuette di terracotta che rivendevano a Napoli e altrove. Solo nel 1912 ebbero inizio regolari campagne di scavo. Dal 2001 l'Università degli Studi di Bari, in collaborazione con il comune di Fasano, porta avanti un progetto di scavo che sta contribuendo a una più approfondita conoscenza della città.

Il Museo Archeologico Nazionale di Egnazia, intitolato a Giuseppe Andreassi, direttore del museo e dell'area archeologica dal 1976 al 1985 e Soprintendente Archeologo della Puglia fino al 2009, sorge all'esterno delle mura di cinta dell'antica Gnathia, nell'area della necropoli messapica. Nelle sue sale sono conservati oltre tremila reperti provenienti da ogni periodo in cui il centro fu abitato. Tra i pezzi più suggestivi, la testa marmorea di Attis con il tipico berretto frigio del II secolo d.C. e il Mosaico delle Tre Grazie, proveniente dalla Basilica civile, realizzato tra il III e il IV secolo d.C. Non mancano testimonianze della ceramica che ha reso celebre il sito in tutto il mondo antico: il nome di Egnazia è legato a una tipologia di ceramica prodotta nel IV-III secolo a.C., ritrovata in grande quantità nel sito e nota come "ceramica in stile di Gnathia". All'esterno, nel parco, sono visibili elementi tipicamente romani come il Foro, l'Anfiteatro, il Criptoportico e la Fornace, cui si aggiunge un grande complesso paleocristiano con Basilica e Battistero. Dall'acropoli, è possibile scorgere i resti dell'antico porto romano, ancora visibili tra le acque.

Egnazia non è una città fantasma nel senso proprio del termine: è

Fonti e approfondimenti

Continua a leggere

Veduta aerea di Castel del Monte al tramonto, con le otto torri ottagonali che proiettano le loro ombre sulle Murge di Andria
Turismo

Nessun documento di cantiere, nessun architetto: il vero mistero di Castel del Monte è il silenzio di Federico II

Bancarelle lungo le strade medievali di Bitonto durante la fiera tradizionale in settembre
Turismo

Quarantotto ore di fiera ogni settembre da quasi mille anni: il mercato più antico di Puglia non è a Bari né a Foggia, è a Bitonto

Il porto antico di Monopoli illuminato alle prime ore del mattino durante la festa della Madonna della Madia
Turismo

Novecento anni di fedeltà a un'icona venuta dal mare: la Madonna più venerata di Puglia arriva su una zattera e non è a Bari né a Lecce, è a Monopoli

Frantoio ipogeo seicentesco scavato nel carparo sotto la città vecchia di Gallipoli, con macina in pietra e torchio ligneo illuminati da luce calda
Turismo

Sotto i vicoli di Gallipoli, le macine giravano al buio da secoli: la storia dei frantoi ipogei che illuminavano l'Europa

Un raggio di sole attraversa una finestra di Castel del Monte illuminando il cortile interno durante l'equinozio
Turismo

Ottocento anni di sole calcolato: a Castel del Monte c'è una finestra che illumina lo stesso punto esatto solo due volte l'anno

La costa rocciosa di Santa Cesarea Terme con l'ingresso di una grotta marina sulfurea sul Canale d'Otranto, Salento
Turismo

Duemila anni fa i Romani la chiamavano «acqua che puzza»: la sorgente sulfurea di Santa Cesarea Terme, nel cuore del Salento, dove l'acqua bolle ancora a 30° dentro una grotta sul mare