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Sembra un tempio sotterraneo, ma lo scavarono i Dauni secoli prima di Roma: gli ipogei di Canosa di Puglia custodiscono affreschi del IV secolo a.C. sotto i piedi dei passanti

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 24 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Interno di un ipogeo dauno scavato nella calcarenite di Canosa di Puglia, con tracce di decorazioni pittoriche sulle pareti

C'è una città in Puglia che cammina su sé stessa da almeno tremila anni. Non è una metafora: a Canosa di Puglia, nel cuore dell'antica Daunia, il tessuto urbano contemporaneo — palazzi, cortili, vicoli — si distende sopra una rete di camere funerarie scavate nella roccia calcarea prima ancora che Roma diventasse una potenza mediterranea. Bastano pochi passi per rendersene conto: la presenza di ben quattro musei archeologici, oltre ai pannelli informativi che segnalano ovunque la presenza di ipogei e aree archeologiche, ne è la testimonianza più immediata — l'abitato moderno si adagia sopra un centro antico fatto di necropoli e insediamenti che hanno visto, almeno dal Neolitico, un popolamento continuo e culturalmente molto attivo. Non è un'esagerazione da guida turistica: è geologia della memoria.

Una nobiltà che si costruiva l'eternità sottoterra

Per capire cosa si nasconde sotto i marciapiedi di Canosa, bisogna tornare alla seconda metà del IV secolo avanti Cristo, quando la Daunia — la più settentrionale delle tre grandi regioni dell'antica Iapigia — viveva il suo momento di massimo splendore aristocratico. Dalla seconda metà del IV secolo a.C. iniziarono a diffondersi in Daunia, soprattutto a Canosa, sotto l'influsso ellenico proveniente da Taranto e dalla Macedonia, i grandi ipogei gentilizi a camera: la manifestazione più evidente della necessità di monumentalizzare le dimore dei morti per sottolineare il prestigio delle famiglie dominanti, che raggiungevano in quella fase il loro apice. L'idea, secondo alcuni studiosi, potrebbe essere arrivata da lontano: l'uso di realizzare tali imponenti tombe risale forse alla spedizione pugliese di Alessandro il Molosso, che può averne introdotto qui la tradizione.

Il risultato di questa ambizione funeraria è ancora leggibile, in buona parte, nelle viscere della città. Si tratta di costruzioni sepolcrali sotterranee, costituite da diverse camere e riservate alla nobiltà dei Dauni, che risalgono al IV secolo a.C. e conservano ancora molto bene la struttura, con decorazioni architettoniche e pittoriche di notevole raffinatezza. Non erano semplici fosse: erano dimore concepite per l'eternità, con stanze in successione, porte sagomate e pareti trattate come superfici degne di narrazione visiva. Gli ipogei erano probabilmente realizzati dalle gentes di quei "cavalieri" o "principi" che costituivano la classe dirigente della Daunia canusina, la cui consistenza numerica doveva essere rilevante, a giudicare dalla gran quantità di impianti ipogeici diffusi nella città.

Il Cerbero che veglia sull'ingresso

Tra tutti gli ipogei canosini, quello del Cerbero è forse il più capace di colpire l'immaginazione al primo sguardo. La ragione sta nel fregio che sovrasta la porta d'accesso alla camera: si tratta di una decorazione pittorica realizzata ad affresco, rappresentante una processione funebre nella quale campeggia, tra le altre figure, Cerbero — il mitico cane a tre teste, figlio di Tifone ed Echidna, posto a guardiano dell'Ade con il compito di impedire alle ombre di uscire dagli inferi e ai vivi di varcarne la soglia. È lui, questo custode mitologico dipinto sulla roccia, ad aver dato il nome alla tomba e a renderla immediatamente riconoscibile tra le decine di ipogei della città. L'architettura di derivazione greca suggerisce di datare la realizzazione del monumento tra il IV e il III secolo a.C. Oggi, per preservare quegli affreschi dall'avversario più insidioso — l'umidità — il monumento è monitorato nel suo microclima, in quanto è noto come la principale antagonista di affreschi e dipinti murali sia proprio l'umidità.

Il Lagrasta e il corredo disperso nel mondo

Se l'Ipogeo del Cerbero affascina per le sue pitture, il complesso Lagrasta impressiona per la sua scala. Si tratta di un complesso funerario costituito da tre distinti ipogei scavati nella tenera calcarenite canusina, denominati Lagrasta I, II e III: l'architettura funeraria meglio conservata e conosciuta dell'intera necropoli dauna canusina. L'interno del Lagrasta I offre ancora oggi scorci di straordinaria suggestione: le travi erano dipinte a colore del legno, mentre le pareti laterali erano rosse — e tracce dei due colori sono ancora visibili — con una seconda stanza e talvolta una terza che si succedono dopo la prima, comunicanti attraverso porte più strette alla sommità.

La storia di questo ipogeo, però, è anche una storia di perdita. I corredi restituiti da queste sepolture testimoniano la ricchezza e la raffinatezza delle élite aristocratiche che dominavano l'antica Daunia; purtroppo gran parte di questi tesori è oggi dispersa tra collezioni private e le esposizioni dei più grandi musei archeologici d'Europa e d'America. Il complesso Lagrasta era così ricco da essere conosciuto nella tradizione locale anche come "Ipogeo del Tesoro": la storia della dispersione di questo ingentissimo patrimonio storico e archeologico ha arricchito i più importanti musei del mondo. Una ferita ancora aperta, che restituisce però anche la misura dell'eccezionalità di ciò che si trovava sepolto qui.

Una città-palinsesto: dauni, greci, romani e cristiani, a strati

Canosa non è solo gli ipogei dauni. È piuttosto un palinsesto stratificato dove ogni epoca si è sovrapposta alla precedente senza cancellarne del tutto la traccia. Tra i ritrovamenti più importanti si devono ricordare l'Ipogeo del Cerbero, sulla cui facciata era dipinta una complessa e rara scena figurata, e l'Ipogeo dell'Oplita, sulla cui parete di fondo interna era scolpito in bassorilievo un gruppo formato da un cavaliere preceduto da un guerriero armato di scudo circolare, accompagnato da un'iscrizione. E la scoperta non si è fermata: più recente è stata la riscoperta di un grande ipogeo, ritenuto distrutto perché subito perduto di vista dopo il ritrovamento — si tratta di un ipogeo formato da sei ambienti con pareti dipinte, indicato con il nome di "Scocchera A". Perfino sotto i condomini, la storia affiora: l'area archeologica di Vico San Martino, collocata sotto alcuni edifici residenziali, fu utilizzata continuativamente dal V secolo fino al I secolo a.C., con la compresenza di strutture funerarie, impianti abitativi e attività artigianali.

A tutto questo si aggiunge ciò che venne dopo i Dauni: gli ipogei aristocratici del tempo dei Dauni lasciano il posto alle vestigia monumentali e ai ruderi romani della Canusium imperiale, e poi ai mosaici e alle basiliche testimoni di una delle più antiche e prestigiose diocesi di Puglia. Canosa è, in questo senso, un luogo che non smette mai di raccontare.

Come visitarli oggi

Gli ipogei canosini non sono a libero accesso, e questo contribuisce a preservarne l'integrità. Per la visita occorre contattare la Fondazione Archeologica Canosina, che attraverso il sito dedica un'apposita sezione alla prenotazione di visite private. La Fondazione organizza inoltre, soprattutto in estate, eventi diurni e notturni nel corso dei quali è possibile visitare i siti archeologici canusini. Chi arriva a Canosa senza aver prenotato può comunque orientarsi grazie ai numerosi pannelli informativi disseminati per la città — e magari fermarsi nei musei, dove è possibile ammirare i ricchissimi corredi funerari destinati ad accompagnare il defunto nell'aldilà, le decorazioni di influenze orientali e le ceramiche canosine, caratterizzate da raffinatissime sfumature di colore. Perché Canosa è fatta così: nasconde il meglio sotto terra, e lo custodisce con la discrezione silenziosa di chi sa di avere tutto il tempo del mondo.

Fonti e approfondimenti

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