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La Madonna su un muro di grotta: il culto più antico di Ostuni non è in cattedrale, è dentro la roccia

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 24 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Interno della chiesa rupestre di Santa Maria della Nova a Ostuni con affreschi sulla roccia e grotta carsica sullo sfondo
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, a Ostuni, in cui il turista smette di guardare in alto — verso le cupole bianche, verso il campanile della cattedrale gotica che sorveglia la città dai secoli — e comincia a guardare in basso, dentro la roccia. È lì, nel ventre calcareo delle colline della Città Bianca, che si nasconde qualcosa di più antico di qualunque facciata: un'immagine della Vergine dipinta su una parete di pietra, in una grotta che la natura ha modellato per millenni prima che qualcuno vi accendesse un lume.

Dietro l'altare, la grotta

La chiesa di Santa Maria della Nova si trova nel perimetro antico di Ostuni, e la sua facciata non tradisce nulla di ciò che custodisce. Fu costruita ai primi del XVI secolo per iniziativa e a spese del capomastro Giovanni Lombardo; la chiesa si completò dopo il 1521 e prima del 16 aprile 1524, data riportata su un affresco raffigurante una processione di flagellanti. Un edificio relativamente giovane, almeno in apparenza. Ma la sua ragione d'essere non è la navata in muratura: è ciò che sta dietro. Secondo la tradizione storiografica locale, la chiesa di Santa Maria della Nova fu costruita proprio per fungere da ingresso monumentale alla omonima cripta rupestre, un ambiente a pianta rettangolare con nicchie nelle pareti. In altre parole: la chiesa è la soglia. La grotta è il cuore.

Nella parete opposta all'ingresso, ai lati di un altare barocco, si aprono due porte che permettono l'accesso all'ipogeo mediante una zona di disimpegno. Qui inizia una grotta di origine carsica. Le dimensioni sono quelle di un corridoio naturale scavato da secoli di acque sotterranee: lunga quasi trentanove metri, larga da poco meno di tre a quasi quattro, con un'altezza che oscilla tra i due e i tre metri. Il pavimento è interrato dall'ocra argillosa tipica delle colline ostunesi, la volta ha forma triangolare solo in parte allargata a colpi di piccone. Le acque calcarifere, gocciolando nei secoli dalla volta sulle pareti, hanno arrotondato gli spigoli e disteso piccoli festoni di stalattiti. Non è un luogo costruito dall'uomo: è un luogo addomesticato da lui, con pazienza e devozione.

L'affresco che resistette al tempo

Nei secoli scorsi le pareti di questa grotta erano dipinte a fresco in più punti; oggi ne restano appena le tracce. Uno degli affreschi meglio conservati rappresenta Gesù Cristo nell'atto di benedire, con la Vergine alla sua destra e san Giovanni Battista alla sinistra. Il Redentore regge con la mano sinistra il libro dei Vangeli, sul quale si legge l'iscrizione: "EGO SUM LUX MUNDI QUI SEQUITUR ME NON AMBULAT IN TENEBRIS". Una frase che suona quasi come un'istruzione per il visitatore: lasciati guidare, anche nel buio di una grotta.

All'interno della chiesa in muratura, le testimonianze pittoriche sono altrettanto antiche. Sulla parete sinistra si sussegue una serie di affreschi, i primi due dei quali sono emersi durante i lavori di restauro del 2003. Il primo soggetto, assai lacunoso, rappresenta un santo francescano riconoscibile dal saio grigio. Accostata a questo riquadro, sullo stesso strato pittorico, appare una Madonna con Bambino, un dipinto deturpato dalla perdita di ampi brani e dei volti delle due figure. Ciò che rimane — frammenti di colore, contorni di un'immagine sacra che il tempo ha quasi cancellato — è sufficiente a comprendere quanto fosse ricco l'apparato decorativo originario. Le pareti laterali della chiesa, in origine interamente affrescate, sono in parte scavate nella roccia stessa, in parte costituite da muratura in elevazione composta di conci di calcarenite.

La devozione che non si spense

La continuità del culto in questo luogo è documentata nei secoli con una tenacia che dice molto sulla religiosità ostunese. Delle decorazioni seicentesche e settecentesche un tempo esistenti in chiesa, si scorge oggi soltanto l'altare in pietra gentile di gusto rococò, fatto eseguire nel 1761 dal cappellano Antonio Taberini. Nello stesso periodo, il vescovo Francesco Antonio Scoppa fece erigere nella grotta, davanti all'affresco della Vergine, un altare contenente il suo stemma, poi spostato nel 2003. Ogni secolo, insomma, ha lasciato il proprio segno in questo ipogeo, quasi a voler ribadire che il luogo non andava abbandonato.

Ostuni, del resto, è una città che ha sempre cercato le sue Madonne nella pietra, non soltanto negli edifici eretti sopra di essa. L'altra grande devozione popolare della Città Bianca — quella per la Madonna della Grata — nacque in modo altrettanto improvviso e radicato nel paesaggio rurale. Un contadino cadde in un roveto intorno al 1700, e in quel terreno gli apparve un affresco che riproduceva la Vergine Maria; la notizia si diffuse in breve tempo e da quel momento i fedeli cominciarono a frequentare il luogo, salutando l'immagine con il titolo di Madonna della Grata. Anche qui, come nella grotta della Nova, tutto partì da un'immagine dipinta sulla pietra o sul muro grezzo, non da una commissione vescovile né da un progetto architettonico.

La versione più accreditata sul nome "Grata" rimanda a un contadino con gravi problemi alla schiena — in dialetto ostunese la colonna vertebrale si chiama appunto "grata" — che, rivolgendosi all'effigie della Madonna situata proprio dove ora sorge il santuario, chiese di essere guarito. La leggenda narra che l'uomo fu esaudito, e la cappella fu edificata in segno di ringraziamento per la guarigione miracolosa. Da quella cappella sorse poi, tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, il santuario attuale. La chiesa attuale fu completata tra il 1896 e il 1912 in stile neoromanico, a pianta centrale con cupola e quattro piccole cupolette, su progetto dell'architetto ostunese Gaetano Jurleo.

Una città che prega nella roccia

Ciò che accomuna le due devozioni — quella alla Madonna della Nova nella sua grotta carsica e quella alla Madonna della Grata nel suo santuario campestre — è la stessa grammatica: un'immagine trovata o rivelata, non commissionata; un luogo che preesisteva alla chiesa; una comunità che smise di aspettare le autorità ecclesiastiche e costruì da sola il proprio spazio sacro. Nacque così a Ostuni, molto diffusa fino a metà del Novecento, la tradizione di dare alle figlie il nome Grata, in segno di devozione. Un nome che non esiste quasi altrove, un nome che è solo di questa città.

Il rito che si celebra ogni anno in onore della Madonna della Grata è tra i più affascinanti, ordinati e silenziosi della regione, adatto alla contemplazione e alla meditazione. Nessuna processione raccoglie una così grande folla di pellegrini, eppure la festa è una delle più semplici: niente luminarie, niente fuochi d'artificio, nessuna banda. Solo il canto di migliaia di fedeli in onore della Vergine. E lì, in quella voce corale che sale nella prima domenica di agosto, c'è forse la risposta alla domanda su dove sia davvero il centro spirituale di Ostuni. Non è sul colle, non è nella cattedrale. È nella roccia, e nella memoria di chi, generazione dopo generazione, ha scelto di tornare a pregare dentro di essa.

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