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Una nave oneraria romana con il suo carico di anfore intatte dorme sul fondo dello Ionio: la scoperta che nessuno cercava, al largo della Puglia

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 25 Giugno 2026 · 5 min di lettura
Anfore romane tardo-imperiali adagiate sul fondale del Mar Ionio, ancora nella posizione originale del carico della nave
Foto: Samuele1607 / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, in mare, in cui il presente e il passato si toccano senza preavviso. È quello che è successo nel giugno del 2025, quando le unità aeronavali della Guardia di Finanza erano impegnate in un ordinario turno di sorveglianza sulle acque del Mar Ionio, al largo delle coste pugliesi. Nel corso delle normali attività di controllo in mare, la strumentazione di bordo ha rilevato la presenza di un'anomalia sul fondale : qualcosa non tornava, qualcosa là sotto aveva una forma troppo regolare per essere roccia, troppo compatta per essere sabbia. Era una nave. E aveva aspettato sedici secoli prima che qualcuno la trovasse.

La scoperta per caso che nessuno si aspettava

I resti di una grande nave romana, inabissatasi in epoca tardo-imperiale, sono stati individuati nel giugno 2025 grazie alla collaborazione tra la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, il Reparto Operativo Aeronavale di Bari e la Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Gallipoli. Non c'era nessuna campagna di ricerca in corso, nessuna segnalazione di pescatori, nessuna mappa medievale da seguire. L'individuazione del relitto è avvenuta durante le normali attività di controllo in mare condotte dalle unità aeronavali del Corpo, che attraverso sofisticate strumentazioni di bordo hanno rilevato un'anomalia sul fondale. Il caso, si sa, è il migliore degli archeologi.

Le immersioni che seguirono dissiparono ogni dubbio. Si tratta dei resti di una grande nave oneraria di età romana tardo-imperiale, adagiata sul fondo con il suo carico di anfore ancora ben conservato. La nave, probabilmente del IV secolo d.C., custodisce ancora circa 200 anfore: un vero scrigno sommerso che racconta i segreti del commercio romano. Un numero che, da solo, restituisce l'immagine plastica di un'imbarcazione da carico di dimensioni ragguardevoli, naufragata mentre traghettava merci lungo le rotte del Mediterraneo antico.

Mesi di silenzio per proteggere il giacimento

La notizia ha raggiunto il grande pubblico soltanto nel febbraio del 2026, quasi otto mesi dopo il ritrovamento. Non si è trattato di un ritardo burocratico, ma di una scelta deliberata e condivisa. La comunicazione ufficiale della scoperta è stata volutamente posticipata: la scelta di mantenere il massimo riserbo è stata dettata dalla necessità di tutelare l'importante giacimento archeologico subacqueo, evitando il rischio di saccheggi e manomissioni. In quei mesi di silenzio, però, il sito non è stato abbandonato a sé stesso. L'area, fin dal momento della scoperta, è stata sottoposta a costante monitoraggio da parte della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Gallipoli. Una guardia silenziosa e continua, in mezzo al mare aperto, per proteggere ciò che il mare stesso aveva tenuto al sicuro per secoli.

Parallelamente alla sorveglianza, la Soprintendenza si è tempestivamente attivata per il reperimento dei fondi necessari per pianificare ed eseguire gli interventi di documentazione, indagine archeologica e messa in sicurezza del relitto, fino all'assegnazione di risorse per 780.000 euro da parte del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici, a valere sui fondi della Legge 190/2014. Un finanziamento che trasforma la scoperta fortuita in un progetto scientifico strutturato, capace di tenere insieme tutela, indagine e — in prospettiva — valorizzazione.

Le anfore e il mistero del carico: forse garum

Che cosa trasportasse quella nave al momento del naufragio è ancora oggetto di studio. Ma la posizione del relitto e la morfologia delle anfore aprono scenari affascinanti. La posizione non sarebbe casuale: Gallipoli, Otranto, Brindisi e il golfo di Taranto erano nodi fondamentali della produzione e del commercio del garum nel tardo impero. Le fabbriche costiere — le celebri cetariae — ribollivano di pesce in fermentazione, e da qui partivano navi dirette in Epiro, in Grecia, nel Mediterraneo orientale. Le anfore trovate assomigliano a quelle tipiche del trasporto delle salse di pesce: le Dressel 7-11 o le Beltrán I/II, le stesse che hanno raccontato la storia di altri relitti carichi di questo amato prodotto.

Il garum era molto più di un condimento: prodotto dalla fermentazione di interiora di pesce con sale ed erbe aromatiche, era un bene di lusso, un farmaco, un simbolo di status. Medici come Galeno lo prescrivevano contro afte, febbri e persino morsi di animali. Era afrodisiaco, medicinale, status symbol. Non c'è ancora la conferma ufficiale, ma le probabilità fanno sorridere gli archeologi: quando trovi duecento anfore su una rotta del garum, la statistica ti guarda e ammicca.

Cosa succederà ora: lo scavo e le moderne tecnologie

Il ritrovamento entra ora nella fase più delicata: quella scientifica. Nei prossimi mesi, grazie alla collaborazione tra la Soprintendenza, il Reparto Operativo Aeronavale di Bari e la Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo di Taranto, verranno avviate attività di ricognizione sistematica e documentazione del relitto mediante le più moderne metodologie di indagine subacquea. Si tratta di un passaggio cruciale: prima di toccare qualsiasi reperto, gli archeologi devono ricostruire digitalmente l'intero sito, mappare ogni anfora nella sua posizione originale, capire la geometria del relitto e le dinamiche del naufragio. Queste operazioni saranno propedeutiche alla pianificazione di un complesso scavo archeologico subacqueo, al corretto recupero del carico e alle delicate attività conservative sui reperti e sui resti dell'imbarcazione, nel pieno rispetto dei principi della Convenzione UNESCO per la Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo.

La Puglia, del resto, è una terra abituata a restituire ciò che il mare custodisce. Le sue acque — tra lo Ionio e l'Adriatico — sono state per millenni il crocevia delle grandi rotte mediterranee, e il fondale ne porta ancora i segni. Il relitto romano scoperto nel Mar Ionio rappresenta un nuovo, prezioso tassello per la comprensione della storia marittima del Mediterraneo e del ruolo strategico della Puglia nelle rotte commerciali dell'antichità. Una storia che non è finita sul fondo del mare: è solo in attesa di essere raccontata.

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