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Tremila pecore, un tratturo e il fisco di Federico II: il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela attraversa la Puglia da nord a sud e i suoi confini medievali sono ancora tracciati sul catasto

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 29 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela nel Tavoliere delle Puglie, con cippi lapidei di confine al tramonto
Foto: Johnste / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è una strada che non è mai stata asfaltata, che non ha mai avuto semafori né pedaggi moderni, eppure per secoli ha mosso fortune, greggi e bilanci statali. Entra in Puglia scendendo dai Monti Dauni, attraversa i territori di Monteleone di Puglia, Anzano di Puglia, Sant'Agata di Puglia e Rocchetta Sant'Antonio, e si conclude al Pozzo di San Mercurio, nei pressi di Candela. Si chiama Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, ed è uno dei monumenti più longevi d'Italia: una via d'erba millenaria i cui confini, segnati da pietre squadrate nel Cinquecento, sono ancora oggi riportati nelle mappe catastali pugliesi.

Una strada larga come una piazza, antica come Roma

Il tratturo Pescasseroli-Candela nasce come via militare di servizio per le legioni romane da Brindisi a Roma, lungo quella che alcuni storici identificano con la via consolare Minucia, dal nome del console che ne avrebbe definito il tracciato intorno al 300 a.C., e diviene poi percorso della transumanza dai monti dell'Abruzzo al Tavoliere delle Puglie e ritorno. Le sue origini si collegano alla pista armentizia Sabina-Apulia, battuta dalle greggi già dal IV secolo a.C., e proprio lungo questo asse sorse la città romana di Saepinum, oggi uno dei siti archeologici meglio conservati del Mezzogiorno. La strada, in altri termini, non è mai stata solo una strada: è stata un sistema economico, un confine fiscale, un corridoio culturale.

Il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela è lungo complessivamente 211 chilometri e largo 55,55 metri nella sua misura media attuale, anche se Alfonso D'Aragona nel 1447 aveva fissato la larghezza ufficiale dei regi tratturi in sessanta passi napoletani, corrispondenti a 111 metri. Il tratturo attraversa quattro regioni — Abruzzo, Molise, Campania e Puglia — sei province e trentanove comuni, disegnando una delle dorsali invisibili dell'Italia centro-meridionale. In Puglia, il Regio Tratturo entra sui Monti Dauni e attraversa i territori di Monteleone di Puglia, Anzano di Puglia, Sant'Agata di Puglia e Rocchetta Sant'Antonio, per concludersi al Pozzo di San Mercurio presso Candela.

Federico II, il fisco e le pecore

Il titolo di "regio" non è un'onorificenza decorativa: rimanda a una lunga storia di controllo statale sulla pastorizia, che affonda le radici nel Medioevo normanno-svevo. Nell'anno 1155 il re normanno Guglielmo I, detto il Malo, aggiunse nella sua Costituzione norme volte a disciplinare l'uso dei pascoli per regolamentarne i canoni d'affitto, dichiarando proprietà del Regio Demanio l'area del Tavoliere delle Puglie e decretando che vaste superfici delle regioni Abruzzo, Puglia e Basilicata fossero adibite a pascolo. Fu però l'imperatore Federico II a cominciare a regolarizzare questo flusso di greggi, agevolando e facilitando la transumanza nei grandi circuiti commerciali del suo regno. Si sostiene che Federico II sottopose il settore della pastorizia all'amministrazione della Mena delle Pecore di Puglia, ponendo le basi di un sistema fiscale che avrebbe retto per secoli.

Il compimento istituzionale arrivò però con gli Aragonesi. Fu il re Alfonso V d'Aragona che nel 1447 istituì la Regia Dogana delle pecore, il cui compito principale era quello di assegnare le "locazioni" e determinare il valore della "fida", il canone d'affitto annuale per l'uso degli erbaggi da corrispondere per ciascun capo di bestiame. Tutto il Tavoliere fu riservato ai pastori transumanti, dando agli antichi proprietari l'utilizzo dei campi solo nei mesi estivi, e la Dogana rappresentò per il Regno di Napoli una fonte importante di entrate fiscali. Il meccanismo era semplice nella sua brutalità economica: il periodo tra il 1600 e il 1800 è considerato il periodo di massimo splendore della transumanza, con cinque o sei milioni di pecore che ogni anno si spostavano dall'Abruzzo alla Puglia, e con introiti che rappresentavano un terzo dell'intero bilancio dello Stato.

La via d'erba che finanziava un regno

I tratturi erano le "vie d'erba" attraverso le quali i pastori spostavano due volte l'anno le greggi: a settembre verso le miti pianure pugliesi e a maggio alla ricerca dei verdi pascoli montani d'Abruzzo. Questa migrazione aveva bisogno di larghe vie erbose che potessero fornire alimento al bestiame durante il lungo viaggio, che durava in media due settimane. La larghezza stessa del tratturo era dunque funzionale: le greggi dovevano pascolare mentre camminavano, trasformando il percorso in una catena continua di foraggiamento. I tratturi costituivano un importante crocevia per la produzione e il commercio di formaggio, latte, lana e pelli, e un fondamentale punto di scambio di cultura tra le genti.

Il termine "tratturi" deriva dal latino "tractoria", che indicava il privilegio di libero passaggio sulle vie pubbliche per i greggi durante la transumanza, già nei codici teodosiano e giustinianeo. I pastori avevano dazi ridotti sul sale e nessun dazio per i viveri che trasportavano per il proprio sostentamento, un sistema di esenzioni che serviva a incoraggiare il flusso, garantendo al tempo stesso che il prelievo fiscale avvenisse alla Dogana di Foggia, unico punto di riscossione centralizzato. Ordinamenti veri e propri vennero stabiliti solo nel Medioevo, per opera di Alfonso I d'Aragona che nel 1447 istituì la Dogana per la mena delle pecore in Puglia, rimasta attiva fino al 1806.

I cippi di pietra e il catasto che non dimentica

La fine del sistema arrivò con Napoleone. All'inizio del XIX secolo, con l'arrivo dei francesi, il sistema entrò in crisi: il 21 maggio del 1806 Giuseppe Napoleone abolì con decreto la Dogana e rese acquistabili le terre del Tavoliere delle Puglie. Ma la strada rimase. E con essa, i segni materiali della sua esistenza. I regi tratturi erano stati classificati come tali e la loro sede indicata attraverso l'apposizione di termini lapidei, ossia pietre squadrate che recavano scolpita la sigla R.T. Risale all'epoca aragonese, precisamente al 1574, la prima posa in opera dei termini lapidei di confine con i privati, e quei confini non sono mai stati cancellati dalle mappe. Percorrendo il tratturo a piedi si possono scorgere più di 1.546 cippi lapidei che separano la strada erbosa dai centri abitati.

In Puglia la storia normativa è proseguita fino ai giorni nostri. Solo a partire dalla legge regionale n. 29 del 2003 si è avuta una chiara inversione di rotta nella politica di gestione del patrimonio tratturale pugliese, che ha condotto a una completa riformulazione degli obiettivi di tutela e valorizzazione e alla previsione del "Parco Regionale dei Tratturi". Il tracciato rimane così un bene demaniale, con i confini riportati nel catasto d'impianto: chi costruisce nei pressi di Candela, di Rocchetta Sant'Antonio o di Anzano di Puglia deve ancora fare i conti con quella linea millenaria sul terreno, che nessuna speculazione ha del tutto cancellato.

Un patrimonio che cammina ancora

Il Tratturo Pescasseroli-Candela era ancora in uso come direttrice della transumanza nei primi anni Cinquanta del Novecento, quando si partiva d'inverno e si rientrava d'estate, seguendo la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori. Poi il silenzio, la motorizzazione, la dismissione dei pascoli. Eppure il tratto di tratturo che interessa i Monti Dauni è oggi un percorso tra "pagliai", ovvero ricoveri per animali, storiche masserie in pietra, antichi abbeveratoi ed enormi distese di grano. Dal 1 giugno 2006 è attiva la candidatura de "La transumanza: i Regi Tratturi" a Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, un riconoscimento che renderebbe ufficiale ciò che la storia ha già scritto sul terreno: quella striscia verde che scende dai monti abruzzesi fino alla piana foggiana non è un residuo del passato, ma una delle infrastrutture culturali più straordinarie che l'Italia centro-meridionale abbia mai prodotto.

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