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Sembra un trullo ma è una chiesa: ad Alberobello la parrocchia di Sant'Antonio, costruita nel 1926 con la tecnica conica dei trulli, è ancora oggi officiata dai Padri Guanelliani

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 30 Giugno 2026 · 5 min di lettura
La chiesa a trullo di Sant'Antonio da Padova nel Rione Monti di Alberobello, con la cupola conica in pietra calcarea al tramonto
Foto: Παντογνωστης / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Ci sono luoghi che ingannano lo sguardo nel modo più bello possibile. Arrivando in cima al Rione Monti di Alberobello, dove i vicoli acciottolati si stringono tra centinaia di coni bianchi, l'occhio del visitatore si posa su un edificio che sembra un trullo come gli altri: stessa pietra calcarea, stessa cupola appuntita, stesso biancore abbacinante sotto il sole pugliese. Solo avvicinandosi si capisce che quell'imponente struttura non è un'abitazione privata, né un museo, né un negozio di souvenir. È una chiesa. Una parrocchia viva, officiata ogni giorno, con le campane e i fedeli e il profumo d'incenso. Si chiama parrocchia di Sant'Antonio da Padova, ed è probabilmente l'edificio sacro più originale dell'intera Puglia.

Un decreto reale e una sfida architettonica

Per capire come sia nata un'idea simile, bisogna tornare al 1910. Il Rione Monti, allora in gran parte rurale, fu dichiarato Monumento Nazionale tramite decreto reale, il che proibiva la realizzazione di edifici dalle caratteristiche moderne che avrebbero alterato il caratteristico paesaggio ricco di trulli. Era una tutela straordinaria per l'epoca, ma poneva un problema pratico non da poco: come costruire qualcosa di nuovo senza stravolgere il volto del quartiere? La risposta la trovò don Antonio Lippolis, un sacerdote alberobellese che volle porre rimedio allo stato di abbandono religioso e alla conseguente diffusione del protestantesimo nel Rione Monti. La sua intuizione fu tanto semplice quanto geniale: se le case erano trulli, anche la chiesa doveva essere un trullo.

A spingerlo c'era anche un'urgenza spirituale. Per arginare il diffondersi del protestantesimo tra gli abitanti, il sacerdote decise di edificare un nuovo tempio. Si era all'indomani della proclamazione di Cristo Re dell'Universo da parte del Papa nel dicembre 1925, e don Antonio volle che si trattasse di uno dei primi templi nel mondo consacrati al Re dell'Universo. Il progetto prese forma rapidamente: in seguito alla donazione di un terreno da parte di Antonia Cammisa e all'istituzione della Solennità di Cristo Re dell'Universo nel 1925 da parte dell'allora pontefice Pio XI, don Antonio decise di avviare la costruzione.

Quattordici mesi, un team tutto alberobellese

Don Lippolis volle che ogni mano che posasse una pietra fosse di Alberobello. Il progettista fu Martino De Leonardis, mentre i capomastri erano Tommaso Marzano e i fratelli Francesco e Cosimo Romano. La prima pietra fu posta nella prima parte del 1926 e, con una velocità sorprendente per un'opera di simile complessità, il luogo sacro fu costruito in quattordici mesi tra il 1926 e il 1927, realizzato in pietra calcarea con la tipica tecnica dei trulli, che riproduce la volta conica. I fondi arrivarono dalla comunità stessa: la costruzione, voluta da don Antonio Lippolis, fu finanziata dagli abitanti stessi di Alberobello e affidata ai mastri trullari locali. La costruzione si concluse nel 1927 con l'inaugurazione avvenuta il 13 giugno, in onore di Sant'Antonio da Padova.

Il risultato è un edificio che sorprende anche chi conosce bene i trulli. La base è a croce greca, su cui si erge una cupola conica alta 21,50 metri, costruita con la tradizionale tecnica a trullo; il campanile fuoriesce dal perimetro e si eleva autonomo rispetto al prospetto. L'imponente facciata tripartita è dominata da un rosone e da tre timpani con archi pensili, che richiamano le decorazioni delle chiese romaniche pugliesi. Dall'esterno, guardandola da lontano tra i coni del quartiere, si fatica a distinguerla da un trullo qualsiasi. È esattamente quello che voleva il suo fondatore.

Arte, comunità e devozione nel tempo

Negli anni successivi all'inaugurazione, la chiesa si arricchì di opere d'arte e si trasformò in un centro di vita comunitaria sempre più ampio. Nel 1949 don Antonio commissionò all'artista barese Adolfo Ugo Rollo diverse opere, tra cui il grande Cristo in Croce situato nell'abside della chiesa. L'interno, visitabile liberamente, custodisce una reliquia di Sant'Antonio di Padova e alcune statue di Santi in cartapesta. Con il passare del tempo, la chiesa venne ampliata per ospitare aule e corsi professionali, passando da centro religioso a complesso molto più ampio e rivolto alla popolazione: il suo ruolo non doveva essere confinato solo all'aspetto spirituale, ma doveva essere di aiuto per l'intera collettività.

Il cambio di guardia nella guida pastorale avvenne nel dopoguerra. All'inizio la parrocchia di Sant'Antonio ebbe come amministratore il fondatore stesso della chiesa a trullo, don Antonio Lippolis; poi nel novembre del 1952 arrivarono i Servi della Carità del Beato Luigi Guanella. Sono loro, i Padri Guanelliani, a officiare ancora oggi la chiesa, garantendo una continuità di presenza e di celebrazioni che dura da oltre settant'anni. Nel 1964 si aggiunse anche una comunità di Suore Guanelliane che diedero vita a una scuola materna. Durante gli anni Sessanta vennero apportate delle modifiche al rivestimento delle pareti e del pavimento, ripristinate poi nel 2004.

Una chiesa che è anche un simbolo

Oggi la parrocchia di Sant'Antonio da Padova è unica al mondo per la sua particolare forma a trullo, situata sulla cima del Rione Monti, costruita per iniziativa di don Antonio Lippolis grazie alle offerte dei concittadini. Le messe si celebrano dal lunedì al venerdì e la domenica con più turni, e l'ingresso per i visitatori è gratuito. Chi entra si trova in uno spazio raccolto e insieme sorprendente: la forma conica della volta non produce dispersione visiva, ma concentra lo sguardo verso l'alto, verso la pietra calcarea che si serra in un punto, come a ricordare che il trullo — da sempre simbolo di riparo — può essere anche luogo di preghiera.

La chiesa di Sant'Antonio di Padova è stata studiata e concepita come un gigantesco trullo in grado di ospitare non solo una famiglia, come avviene per le abitazioni tradizionali, ma di abbracciare idealmente più famiglie che insieme formano la comunità. È forse questa la vera chiave di lettura dell'edificio: non un'eccentricità architettonica né un capriccio estetico, ma una scelta profondamente umana. In un rione di case povere, fatte con la pietra e le mani, la chiesa non poteva essere diversa dai suoi fedeli. E così, a quasi un secolo di distanza, continua a raccontarlo — pietra dopo pietra, messa dopo messa.

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