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L'icona nascosta nei sette veli: a Foggia la Madonna che fondò una città, ritrovata in un pantano nel 1062 e custodita in una cappella barocca

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 22 Luglio 2026 · 6 min di lettura

Ci sono luoghi che custodiscono segreti così antichi da sembrare quasi impossibili, eppure radicati in ogni pietra della città che li ospita. Foggia è uno di questi luoghi. La maggior parte dei viaggiatori che attraversano il capoluogo dauno conoscono la sua cattedrale per la facciata che mescola romanico e barocco, o per la piazza animata che le sta davanti. Pochi si fermano abbastanza a lungo da capire che quella chiesa non è soltanto un edificio di culto: è, letteralmente, il punto di origine di una città intera.

Tre fiammelle su un pantano

Nel 1062 Foggia era solo un piccolo borgo dell'antica metropoli dauna di Arpi, con pochi casolari arroccati intorno alla taverna del Gufo che si perdevano solitari nella campagna arroventata. Non c'era ancora una città vera e propria, soltanto una manciata di case, commercianti di passaggio e allevatori che conducevano le greggi tra i prati della Capitanata. Fu proprio in quel mondo rurale e ai margini che accadde qualcosa di destinato a cambiare per sempre la storia del luogo. Secondo i racconti di inventio di epoca seicentesca, l'icona sarebbe stata ritrovata, già avvolta nei veli, grazie a un toro o bue genuflesso e a delle fiammelle apparse sulla superficie dell'acqua di un pantano. I pastori portarono l'icona nella vicina Taverna del Gufo, divenuta poi una chiesa rurale, attorno alla quale si formò il primo nucleo abitativo che riunì gli abitanti dell'antica Arpi, dispersi nelle vicinanze dopo la sua distruzione. Quel grumo di fango, fede e meraviglia è, dunque, il vero atto di nascita di Foggia.

Un'icona avvolta nel mistero: la Madonna che non mostra il volto

L'oggetto del ritrovamento era una tavola dipinta di origine bizantina, e il suo aspetto ha alimentato per secoli una devozione intensa e singolare. La Vergine era ricoperta da sette veli ed era custodita all'interno di una teca rettangolare che presentava un foro ovale in corrispondenza del volto della Madonna. Nessuno ha mai potuto contemplarne direttamente i lineamenti: la sacra immagine non è stata mai esposta senza veli e non è visibile il volto. È questa la ragione del titolo con cui il dipinto è universalmente noto: la Madonna dei Sette Veli, o Iconavetere, che in dialetto locale significa semplicemente "icona antica". Questo dipinto mariano è parte integrante dell'identità non solo religiosa, ma anche storica e culturale del capoluogo di provincia. Una tradizione orale tramanda persino che chi ha assistito al restauro del 1980 dice che metà del volto della Madonna è dipinto sul quadro e l'altra metà oltre il quadro — come se l'immagine sacra eccedesse i propri stessi confini materiali.

Roberto il Guiscardo, i normanni e la chiesa che crebbe su uno stagno

La fama dell'icona crebbe rapidamente, e con essa la necessità di darle una degna sistemazione. Nel 1080 Roberto il Guiscardo volle che sullo stagno, dove era stato rinvenuto il sacro tavolo, fosse costruita una grande chiesa per venerare la sacra immagine. Appena ultimata, la chiesa venne elevata al rango di Chiesa Palatina e l'immagine della Vergine vi trovò la sua definitiva sistemazione. Nel 1172 sulla cripta fu eretta una chiesa più grande, per volere di Guglielmo il Buono. Era un capolavoro dell'arte romanica pugliese, destinato a subire nei secoli successivi trasformazioni profonde. Si trattò di un capolavoro dell'arte romanica che, in seguito ai vari interventi di ristrutturazione, in particolare quello successivo al terremoto del 1731, vide confluire tracce di barocco e rococò. Quella stratificazione di stili diversi, leggibile ancora oggi camminando lungo le navate, racconta meglio di qualsiasi libro la vita travagliata di una città che ha saputo ogni volta rialzarsi.

Il terremoto del 1731 e le apparizioni a Sant'Alfonso

Il 1731 fu l'anno più drammatico nella storia moderna di Foggia. Il 20 marzo la chiesa collegiata fu distrutta da un violento terremoto che rase al suolo un terzo della città, che all'epoca, per numero di popolazione, era la seconda città del regno dopo Napoli. In mezzo a quella catastrofe, l'icona sopravvisse intatta. Trascorse le prime terrificanti ore della giornata, il sacerdote don Nicola Tudisco dalle rovine della Chiesa Madre trasse in salvo il quadro della Madonna dei Sette Veli, rimasto intatto nella nicchia della cappella omonima. Nei giorni successivi, mentre la città contava le sue macerie, accadde qualcosa di inatteso: il Sacro Tavolo fu spostato nella chiesa di San Giovanni Battista, dove l'immagine della Madonna continuò ad apparire anche ai numerosi forestieri, tra cui San Alfonso de' Liguori. Il volto di Maria, miracolosamente rivelato, si manifestò a Sant'Alfonso Maria de' Liguori due volte: nel 1731 e nel 1745. La prima apparizione fu descritta dallo stesso Sant'Alfonso nella sua relazione del 1777 a papa Pio VI. Da allora, la data del 22 marzo è entrata nel calendario liturgico e civico della città come giorno di memoria collettiva.

La cappella barocca e il restauro all'Opificio delle Pietre Dure

La cappella della Madonna dei Sette Veli che esiste ancora oggi fu ultimata nel 1668 , in piena stagione barocca, quando le arti decorative del Seicento meridionale rifluivano nelle chiese di tutta la Puglia con un linguaggio fatto di marmi policromi, stucchi dorati e altari monumentali. Non è difficile, entrando in quella cappella laterale della cattedrale di Foggia, avvertire una familiarità con le atmosfere del barocco leccese: la stessa ridondanza ornamentale, lo stesso gusto per il colore e per la materia preziosa, la stessa tensione tra architettura e devozione popolare. Per volere del vescovo Sebastiano Sorrentino, nel 1667 ci fu la prima ricognizione del Sacro Tavolo, un evento che precedette di un solo anno il completamento della cappella e che testimonia quanto l'attenzione istituzionale verso l'icona fosse allora al suo apice. Fu nel 1782 che l'immagine fu incoronata con decreto del Capitolo Vaticano, e nel 1806 alla chiesa San Giovanni Battista fu attribuito il titolo di basilica minore. Infine, nel 1855 fu istituita la diocesi di Foggia e Santa Maria in Focis divenne cattedrale, con l'immagine conservata nella cappella laterale.

Oggi, però, chi si recasse in cattedrale sperando di ammirare il Sacro Tavolo rimarrebbe temporaneamente deluso. L'opera, custodita normalmente nella cappella laterale della Basilica Cattedrale di Foggia e considerata un'icona di origine bizantina, si trova attualmente nei laboratori dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze per un restauro annunciato dall'Arcivescovo di Foggia-Bovino, Giorgio Ferretti. Il restauro, che richiederà ancora diversi mesi, potrebbe includere in futuro alcune ostensioni del Sacro Tavolo in occasione dei momenti di festa. È un'assenza temporanea che, paradossalmente, amplifica il senso del mistero che da sempre avvolge quest'icona: come se la Madonna dei Sette Veli continuasse, anche fisicamente, a sottrarsi allo sguardo di chi la cerca — per tornare, come sempre, nel momento e nel luogo che solo lei conosce.

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