Gallipoli contro Venezia, 1484: tre giorni di fuoco in cui una città scelse di resistere all'impossibile
C'è un'alba che Gallipoli non ha mai smesso di ricordare. Era il 16 maggio del 1484 quando, oltre le acque piatte del golfo di Taranto, comparvero sagome di legno e di vela. Non erano pescatori. Era la flotta della Serenissima Repubblica di Venezia, e arrivava con intenzioni che nessuna diplomazia avrebbe potuto più mascherare. Secondo le cronache riportate dallo storico locale Bartolomeo Ravenna, quella mattina la flotta veneziana era «composta da settanta legni, fra le quali sedici galee e cinque grosse navi da carico, con settemila combattenti da sbarco, e trecento cavalli», e penetrò nella rada, ossia nel porto di Gallipoli. Al comando di quell'armata, imponente per gli standard dell'epoca, si trovava il generale Jacopo Marcello.
Una guerra nata lontano, consumata in Salento
Per capire perché Venezia puntasse le sue galee contro una città del basso Adriatico, bisogna risalire di qualche anno e guardare alla complessa scacchiera della politica italiana quattrocentesca. Nel 1482 il Senato veneto, mentre allestiva un'armata «per ferire nella Puglia», aveva dichiarato guerra al duca di Ferrara, Ercole d'Este, con cui si erano alleati il re Ferdinando I d'Aragona e papa Sisto IV. Il conflitto, passato alla storia come la guerra di Ferrara, aveva un cuore economico preciso: il controllo dei commerci, delle rotte marittime e delle città portuali. La politica commerciale della Repubblica di Venezia inasprì i rapporti con il Regno Aragonese perché la Serenissima mirava al controllo delle coste pugliesi e in particolare della città di Gallipoli, dove era presente una fiorente comunità di mercanti veneti. Gallipoli, con il suo porto naturale e i suoi traffici di olio e grano, era uno scalo strategico irrinunciabile. E quando le trattative non bastano, arrivano le galee.
Radunata una potente flotta di circa 60 navi con a bordo 9.000 uomini e 300 cavalli nella base di Corfù, gli ammiragli veneziani Giacomo Marcello e Domenico Malipiero si spinsero lungo le coste adriatiche pugliesi, effettuando una serie di razzie, prima di puntare decisamente contro Gallipoli. La città demaniale, priva di grandi guarnigioni e di risorse militari adeguate, si trovò a dover scegliere tra la resa e la resistenza. Non ci volle molto a capire cosa avrebbero scelto i gallipolini.
Il rifiuto del sindaco e l'inizio del fuoco
I veneziani erano venuti a sapere, intercettando una barca di pescatori locali, che «la terra di Gallipoli era con poca vittuaria» e che circa un terzo degli abitanti era fuori città in cerca di grano. Quella debolezza, riferita al comandante veneziano e poi al generale Marcello a Corfù, era sembrata un'occasione troppo ghiotta per essere ignorata. Eppure la città non cedette. Una delegazione veneziana sbarcò a Gallipoli, dove incontrò il sindaco Costantino Specolizzi, al quale intimò la resa della città. Il sindaco la respinse con fermezza, in nome della lealtà e della fedeltà del popolo gallipolino al re Ferdinando I d'Aragona.
Fu a quel punto che Marcello decise di passare alle armi. Dal 17 al 19 maggio uomini, donne, giovani e anziani affrontarono con i pochi mezzi a disposizione la potente armata di Venezia, dimostrando coraggio e grande forza di resistenza contro l'invasore. Le galee entrarono nel porto e iniziarono a cannoneggiare le mura della città, difesa accanitamente dai suoi abitanti. I cittadini erano sulle mura a rispondere col poco che avevano, mentre i proiettili delle bombarde veneziane si abbattevano sulle case e sui vicoli stretti dell'isola.
Tre giorni di battaglia, sangue e un generale che non tornò
Lo scontro durò tre giorni di fuoco, e fu tra i più sanguinosi combattimenti navali e terrestri di quell'angolo di Mediterraneo. Morirono in quei tre giorni di feroce combattimento circa cinquecento soldati veneziani e molti altri capitani, ufficiali e distinti personaggi. Dei cittadini di Gallipoli ne perirono, secondo le cronache di Angelo Tafuri, circa duecento uomini e quaranta donne. Le perdite veneziane, nonostante la superiorità numerica e militare, testimoniano quanto cara fu pagata quella vittoria.
Il costo più alto, però, lo pagò il vertice stesso dell'armata. Il comandante supremo della flotta veneziana Jacopo Marcello, che stava ritto in armatura ed elmo da battaglia sulla poppa della galea ammiraglia, fu colpito mortalmente da una bombarda sparata dall'alto delle mura gallipoline. Il 19 maggio del 1484, dopo una dura e aspra battaglia, i veneziani entrarono in città; fu allora che il comandante Malipiero comunicò alle truppe la morte del generale Marcello, il cui corpo era stato occultato dal suo segretario. Una notizia che si volle tacere per non abbassare il morale delle truppe, ma che non poté restare segreta a lungo.
In quelle pagine toccanti, oltre al coraggio smisurato degli uomini, fu celebrato l'indomito eroismo delle donne di Gallipoli, protagoniste non marginali della difesa, ricordate nelle cronache locali come parte viva e combattente di una comunità che non volle piegarsi senza opporre resistenza.
La resa, la pace e la memoria dipinta dal Tintoretto
La caduta della città non significò però la fine della storia. Venezia tenne Gallipoli per pochi mesi, stretta nel gioco diplomatico che si stava consumando ben più a nord. Dopo la conquista di Gallipoli a metà maggio 1484, a Ferdinando d'Aragona fu affidato il comando della spedizione militare per riconquistarla, ma lo scontro fu reso superfluo dalla pace di Bagnolo del 7 agosto 1484, che obbligava i veneziani ad abbandonare il territorio del Regno. La consegna della città dai veneziani agli aragonesi avvenne in forma solenne il 15 settembre 1484. Gallipoli tornava aragonese, ma portava con sé le cicatrici di quei tre giorni di maggio.
La vittoria veneziana, per quanto effimera sul piano politico, lasciò tracce durevoli nell'iconografia della Serenissima. Circa un secolo dopo, negli anni compresi tra il 1579 e il 1584, il Tintoretto glorificò quella vicenda con il dipinto I Veneziani conquistano Gallipoli, che campeggia sul soffitto della sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Una tela immensa, in cui la prospettiva è ovviamente quella del vincitore: le galee, le bandiere di San Marco, la città che cede. Gallipoli, dal canto suo, ha custodito la propria versione di quella storia nelle cronache locali, nelle Memorie Istoriche di Bartolomeo Ravenna e negli atti del convegno nazionale dedicato alla vicenda nel 1984, a cinque secoli esatti dall'assedio. Perché certe notti — quelle in cui una città intera sceglie di resistere con quaranta donne sulle mura e un sindaco che dice no a un'armata — non si consegnano all'oblio.
Fonti e approfondimenti
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L'assedio veneziano di Gallipoli nel 1484 – Corriere Salentino corrieresalentino.it ↗
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L'assedio di Gallipoli e l'invasione veneziana – Corriere Salentino corrieresalentino.it ↗
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Venezia e Gallipoli nel maggio del 1484 – Anxa.it anxa.it ↗
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Gallipoli e Venezia tra giochi politici e intrighi baronali – Anxa.it anxa.it ↗
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Guerra di Ferrara (1482–1484) – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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Ferdinando II d'Aragona, re di Napoli – Treccani treccani.it ↗
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