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Il gotico più antico di Puglia è a Galatina: la basilica che un principe di Taranto costruì nel 1391 per custodire una reliquia strappata al Monte Sinai

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 21 Luglio 2026 · 7 min di lettura
La facciata della Basilica di Santa Caterina d'Alessandria a Galatina, con le tre cuspidi in pietra leccese e il grande rosone centrale
Foto: Fabrizio Garrisi / CC0 via Wikimedia Commons

C'è una data scolpita nella pietra, sull'architrave della porta laterale sinistra di una chiesa nel centro storico di Galatina: 1391. Chi passa davanti a quell'iscrizione senza fermarsi non sa che sta sfiorando uno dei monumenti medievali più importanti dell'intero Sud Italia. La Basilica di Santa Caterina d'Alessandria è unanimemente considerata uno dei più insigni monumenti del gotico in Puglia , eppure non sorge a Lecce né sulla costa di Ostuni, ma nel cuore quieto della Grecia Salentina, a poca distanza da vigneti e masserie. È qui, in piazza Orsini, che si consuma la storia di un principe potentissimo, di una reliquia contesa al Monte Sinai e di una moglie che trasformò la devozione del marito in un capolavoro pittorico senza eguali nella regione.

Un principe di Taranto e il dito strappato alla santa

Tutto comincia con Raimondello Orsini del Balzo, una delle figure più ambiziose del Mezzogiorno medievale. Fu conte di Soleto e Galatina, duca di Benevento, principe di Taranto, conte di Lecce, duca di Bari, gran connestabile del Regno di Napoli e gonfaloniere della Sacra Romana Chiesa : un cursus honorum che racconta la statura di un uomo capace di competere per ricchezza e influenza con i sovrani stessi. Figlio cadetto di Niccolò Orsini, duca di Nola, nel 1385 sposò Maria d'Enghien, contessa di Lecce, dalla quale ebbe il figlio Giovanni Antonio Orsini del Balzo . È in questo contesto di potere feudale che matura la decisione di erigere una chiesa straordinaria a Galatina.

La storia della basilica, però, affonda le radici in una leggenda che ancora oggi percorre le navate come un brivido. Di ritorno dalle crociate, Raimondello si spinse sino alla sommità del Monte Sinai per rendere omaggio al corpo di Santa Caterina; secondo la leggenda, nel ripartire, baciò la mano della santa, strappandole il dito con i denti, e tornato in Italia portò con sé la reliquia che, incastonata in un reliquiario d'argento, è tuttora conservata nel tesoro della chiesa. Un gesto che ai nostri occhi appare quasi sacrilego, ma che nel contesto medievale era considerato un atto supremo di devozione — e di vanto politico: al tempo, la grandezza dei principi si valutava anche in base al numero e all'importanza delle reliquie possedute.

La costruzione: tra devozione e strategia politica

La basilica, fatta realizzare da Raimondello Orsini del Balzo e iniziata nel 1383, poteva dirsi già compiuta nel 1391, e quest'ultima data è incisa sull'architrave della porta laterale della chiesa, posta alla sinistra dell'osservatore. I lavori presero avvio ampliando una preesistente struttura, e la scelta del sito non fu casuale: l'edificio fu costruito su una preesistente chiesa bizantina di rito greco risalente al IX-X secolo, le cui tracce sono ben visibili nel muro esterno della navata destra in cui è stata inglobata l'abside. Galatina era un crocevia di culture, dove il rito greco e quello latino convivevano da secoli: la nuova basilica francescana, con la sua devozione latina, era anche un atto di indirizzo culturale e religioso.

Quella che potrebbe sembrare semplice pietà era in realtà una mossa politica sofisticata. La costruzione della basilica non fu solo un atto di devozione, ma anche un'ambiziosa iniziativa politica: in un'epoca tumultuosa, l'edificio divenne uno strumento per affermare il potere feudale di Raimondello e consolidare l'alleanza con papa Urbano VI, mentre la scelta di dedicarla a Santa Caterina rappresentò un ponte tra Oriente e Occidente, riflettendo la complessità culturale di Galatina. L'obiettivo dichiarato era anche dare impulso ai riti latini in un territorio ancora profondamente legato alla tradizione greca.

La facciata: tre cuspidi e un rosone che racconta tutto

Prima ancora di varcare la soglia, la facciata trattiene lo sguardo. In stile romanico pugliese, presenta tre cuspidi e un grande rosone finemente decorato. I dettagli, però, sono quelli che svelano la storia del cantiere: al di sopra della cornice marcapiano si apre il grande rosone con dodici raggi, nel cui disco centrale in vetro colorato compaiono gli stemmi degli Angiò e degli Enghien-Brienne, la casata della moglie di Raimondello; al vertice della cuspide centrale svetta la croce, mentre ai lati sono collocati due acroteri raffiguranti San Paolo e San Francesco. I tre portali in legno sono ornati da intagli in pietra leccese, il materiale che ha fatto la fortuna estetica del Salento barocco — eppure qui lo si trova già nel Trecento, a testimoniare una tradizione artigianale ben più antica di quanto si creda comunemente.

L'interno: il più grande ciclo di affreschi della Puglia

È però oltrepassando la soglia che la basilica rivela la sua grandezza autentica. L'interno è articolato in tre navate principali affiancate da due navatelle laterali; pareti, archi e volte sono completamente affrescati con scene dell'Antico e del Nuovo Testamento, episodi della vita di Cristo e dell'Apocalisse. La potenza visiva è tale che per la vastità dei cicli pittorici, la Basilica di Galatina è seconda solo alla Basilica di San Francesco d'Assisi.

Questo primato non era nell'intenzione originaria di Raimondello, che morì nel 1406 prima di vedere completato il progetto. Gli affreschi furono voluti dalla moglie, Maria d'Enghien, che non si limitò alle maestranze locali più legate alla cultura bizantina, ma coinvolse anche artisti della scuola giottesca e senese, provenienti per lo più dalla corte napoletana. Su volere di Maria d'Enghien e del figlio Giovanni Antonio, le pareti interne furono decorate da nove cicli pittorici, realizzati a partire dalla prima metà del Trecento fino agli anni Quaranta del Quattrocento; la volontà del signore di Galatina era creare un maestoso racconto che istruisse e ammonisse, utilizzando un nuovo linguaggio e forme diverse da quelle bizantine conosciute in quel territorio.

Il programma iconografico è di una complessità impressionante: lungo le pareti della prima campata e in controfacciata sono affrescate le Scene dell'Apocalisse, che costituiscono il ciclo più vasto di tutta la chiesa; nella seconda campata sono affrescate le Storie della Genesi e i Sette Sacramenti; nella terza le Gerarchie Angeliche e le Storie della Vita di Cristo. E poi, nel cuore del presbiterio, a Santa Caterina d'Alessandria e alla sua vita è dedicato un ciclo di diciassette affreschi.

Il tesoro e il cenotafio: l'eredità degli Orsini

Nel museo della basilica, aperto solo in determinate occasioni, è possibile avvicinarsi al cuore più intimo di questa storia. Tra i pezzi più importanti spiccano il reliquiario del dito di Santa Caterina, quello della mammella di Sant'Agata e un raro mosaico portatile bizantino del XII secolo, composto da minuscole tessere di circa un millimetro. Quella reliquia, portata dal Monte Sinai attraverso secoli e tempeste, è ancora lì, a confermare che la leggenda ha un nucleo di verità materiale.

Il profilo degli Orsini del Balzo aleggia su ogni angolo dell'edificio. In fondo alla navata centrale, il presbiterio sollevato rispetto al piano della chiesa ospita sulla parete sinistra il cenotafio di Raimondello Orsini del Balzo , mentre il coro ottagonale reca sul muro di fondo il grandioso monumento sepolcrale di Giovanni Antonio Orsini del Balzo , figlio che portò a termine il sogno del padre. La splendida chiesa, dichiarata Basilica Minore Pontificia nel 1992, affaccia su piazza Orsini : persino il nome della piazza è un memento di chi volle tutto questo.

Chi attraversa il Salento inseguendo il barocco leccese, le coste di Gallipoli o i trulli di Alberobello rischia di passare a pochi chilometri da Galatina senza fermarsi. Sarebbe un errore difficile da perdonarsi. La basilica di Santa Caterina non è una tappa minore nel percorso dell'arte pugliese: è, con ogni probabilità, il suo capitolo più antico e più stratificato — un luogo in cui devozione, potere, Oriente e Occidente si fondono in pareti affrescate che aspettano solo di essere guardate con la calma che meritano.

Fonti e approfondimenti

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