La Puglia islamica che nessuno ricorda: Lucera, la città saracena che Federico II costruì nel cuore del Tavoliere
Ci sono luoghi che custodiscono storie troppo grandi per i loro confini. Lucera è uno di questi. Arroccata su un colle a poco più di duecento metri sul livello del mare, affacciata sul Tavoliere delle Puglie con quella compostezza che hanno le città di antica memoria, oggi conta qualche decina di migliaia di abitanti ed è nota soprattutto per il suo imponente castello svevo-angioino. Ma nel Duecento era qualcosa di radicalmente diverso: era l'unica città islamica d'Europa cristiana, una enclave in cui risuonavano la chiamata alla preghiera e il canto del muezzin, nel bel mezzo di un regno fedele a Roma. La chiamavano Luceria Saracenorum. E la volle così, con determinazione assoluta, Federico II di Svevia.
Un problema siculo, una soluzione pugliese
La storia comincia in Sicilia, tra le montagne dell'entroterra occidentale dell'isola. Tra fine maggio e inizio giugno del 1223, Federico II riuscì a ottenere una prima, consistente vittoria sui saraceni ribelli di Sicilia che, guidati dall'emiro Ibn-῾Abbād, da anni razziavano e rendevano insicuri i territori della parte occidentale dell'isola, i monti di Gibellina, l'altopiano di Racalmuto e le colline che sovrastano la Conca d'Oro. La soluzione che l'imperatore elaborò fu, per l'epoca, di una lucidità quasi sconcertante: alla vittoria seguì una dura repressione, e una parte cospicua di rivoltosi, non solo i combattenti superstiti ma anche le loro famiglie, fu sradicata dai propri villaggi e deportata in Puglia, a Lucera. Non si trattò di un atto unico: Pietro Egidi pone la prima deportazione tra il 1220 e il 1225, e una seconda nel 1246. Il numero di coloro che raggiunsero la città pugliese è oggetto di dibattito fra gli storici, ma si può stimare che siano stati trasferiti, non certo in un sol colpo, tra le quindicimila e le ventimila persone.
Perché proprio Lucera? Era una città di antica storia, con radici che affondavano sin nell'età preromana, ma ormai da tempo decaduta e in fase di spopolamento. La vecchia cattedrale era crollata e della nuova non si aveva ancora notizia, la popolazione si era ridotta considerevolmente di numero e l'economia non andava come un tempo. Federico vi scorse il terreno ideale per un esperimento politico e demografico senza precedenti: un territorio sicuro, facilmente controllabile e lontano dal mare. Lontano, soprattutto, dalla Sicilia, dove il ricordo della ribellione era ancora fresco.
Luceria Saracenorum: una città nell'altra
L'arrivo dei nuovi abitanti trasformò Lucera in modo radicale. L'innesto dei nuovi abitanti comportò un'incisiva ristrutturazione urbanistica, che ne venne trasformata di fatto in città saracena — ed è un errore ormai consolidato parlare di una "Lucera araba": i musulmani deportati dalla Sicilia erano saraceni, non arabi; non a caso l'espressione dei documenti coevi è "Luceria Sarracenorum". Sorsero le strutture che ogni comunità islamica richiedeva: la comunità islamica di Lucera aveva piena facoltà di praticare i propri culti, fruiva di una moschea-cattedrale (jāmiʿ), di scuole coraniche, di un istituto scientifico e di un qadi, in grado di dirimere le controversie insorte fra i musulmani col ricorso ai dettami della sharī'a. Federico II, sfidando le ire di Onorio III e dei suoi successori, aveva consentito a Luceria saracenorum di dotarsi di moschee, minareti e harem, di conservare le antiche tradizioni musulmane, di scegliersi i governanti e di regolare la propria vita quotidiana secondo la legge coranica. Le concessioni erano così ampie che, secondo quanto riferisce la fonte di Stupor Mundi, per comunicare coi suoi concittadini, il vescovo locale era stato costretto a imparare l'arabo.
La città non tardò a fiorire. Coloni e allevatori, i saraceni esercitavano con pari perizia l'artigianato: carpentieri, sellai, vasai, tappezzieri, dicono le fonti sveve, e orefici, tessitori, sarti, scudai, intarsiatori, ciabattini, aggiungono quelle della successiva età angioina. Alla produzione industriale si aggiungeva quella agricola e armentizia, così fiorente che si registrarono esportazioni di cereali a Roma e altrove. Il cronista arabo Ibn Wasil testimoniava che nella città saracena "venne intrapresa la costruzione di un istituto scientifico affinché vi fossero coltivati tutti i rami delle scienze speculative". Non sorprende che i viaggiatori e gli storici musulmani dell'epoca paragonassero la città a qualcosa di straordinario: la "Luceria saracenorum" non doveva essere diversa da qualsiasi altra città musulmana con moschee, fondachi e i caratteristici quartieri della casbah, e fu proprio in questo periodo di splendore culturale e artigianale che la città fu paragonata alla Cordova dei Califfi.
La guardia del corpo dell'imperatore
Federico aveva in mente qualcosa di più di una città-laboratorio. I saraceni di Lucera divennero il nerbo del suo esercito personale, una guardia fedele e temutissima che lo seguì in quasi tutte le sue campagne militari. La popolazione totale della comunità musulmana al suo massimo storico è stata stimata da vari studiosi attorno ai 60.000 individui, in grado di fornire un contingente militare teorico attorno ai 14-15.000 uomini; circa 7.000-10.000 frombolieri e arcieri erano presenti nella battaglia di Cortenuova del 1237. Particolarmente apprezzati erano i loro arcieri, che combatterono per gli Svevi in Italia settentrionale contro i Comuni, e per gli Angioini di Carlo I in Sicilia, Romania e Albania. La fedeltà di questi guerrieri non era spontanea: questo reclutamento mostra la fedeltà che Federico si attendeva dai musulmani, completamente nelle mani del sovrano e isolati in un paese cristiano. Un isolamento che si tramutò, paradossalmente, in una protezione reciproca: finché Federico era vivo, nessuno osava toccarli.
Il 15 agosto 1300: la fine di tutto
Alla morte dell'imperatore, nel 1254, la comunità resistette ancora per quasi mezzo secolo, rimasta fedele alla casa sveva. Ma con gli Angioini al potere il clima cambiò rapidamente. Per i nuovi padroni francesi, l'insediamento saraceno era una minaccia: gli arabi lucerini, estremamente fedeli alla precedente corona, erano visti come possibili traditori e disertori del nuovo ordine. Quel 15 agosto 1300 fu un giorno di terrore e morte a Lucera. Per nove giorni, la città pugliese posta a guardia del Tavoliere, prediletta da Federico II, ricca di commerci e famosa per l'abilità dei suoi artigiani e tessitori, fu spogliata di tutto, i suoi abitanti furono massacrati o dispersi, i più fortunati venduti al mercato degli schiavi. L'assalto fu condotto da Giovanni Pipino, per volontà di re Carlo II di Napoli e con la benedizione di papa Bonifacio VIII. Poche famiglie abbienti di musulmani optarono per una rapida, quanto opportuna, conversione al Cristianesimo; gli altri furono trasportati nei centri di mercato per essere venduti come schiavi. Complessivamente, secondo Pietro Egidi, vennero venduti circa diecimila musulmani.
Della moschea non rimase pietra su pietra. È certo che venne costruita una grande moschea nel sito dell'attuale cattedrale, poi edificata ex novo appunto sulle rovine della moschea dopo la distruzione della città e l'espianto dei saraceni. Carlo d'Angiò ordinò che la città venisse ripopolata da coloni per lo più napoletani e provenzali, si dotasse di una grandiosa cattedrale gotica e cambiasse il nome in Città di Santa Maria. Il nuovo nome resistette poco. Lucera tornò a essere Lucera. Ma la cattedrale è ancora lì, costruita esattamente dove per ottant'anni era risuonata la preghiera islamica — silenziosa testimonianza di una storia che la Puglia ufficiale fa ancora fatica a raccontare fino in fondo.
Fonti e approfondimenti
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Enciclopedia Federiciana – Treccani, voce "Lucera" di Raffaele Licinio treccani.it ↗
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Wikipedia – Insediamento musulmano di Lucera it.wikipedia.org ↗
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Stupor Mundi – Lucera, la fine della colonia saracena stupormundi.it ↗
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Dialoghi Mediterranei – I Musulmani di Lucera: dalla deportazione allo sterminio istitutoeuroarabo.it ↗
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Gazzetta del Mezzogiorno – Ecco Lucera in Puglia ultima città musulmana lagazzettadelmezzogiorno.it ↗
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