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Sembra un'isola greca, ma è Gallipoli: la città che cambiò padrone più volte in quattrocento anni e conserva ancora il leone di San Marco scolpito dai Veneziani

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 20 Luglio 2026 · 7 min di lettura
Vista aerea del centro storico di Gallipoli sul mare Ionio al tramonto, con il castello angioino e la cattedrale barocca
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento preciso in cui Gallipoli smette di sembrare una città pugliese e comincia ad assomigliare a qualcosa di altrove. Accade appena si supera il ponte in muratura e ci si ritrova sulla soglia del centro storico: vicoli stretti e sinuosi, case color sabbia che cadono dritte sul mare, il profumo di pietra calcarea mescolato all'iodio, e intorno un silenzio frastagliato solo dallo sciabordio dello Ionio. La sensazione è quella di essere su un'isola greca. In fondo, il nome lo suggerisce già: Kalè Polis, "Città Bella", eredità linguistica di una fondazione che affonda nell'antichità più remota. Il celebre appellativo di "Città Bella" è proprio il significato del toponimo, che deriva dalla lingua greca. Ma questa bellezza non è mai stata gratuita. Ha attirato secoli di conquiste, assedi e rivolgimenti, trasformando Gallipoli in qualcosa di più complesso di una cartolina: un palinsesto di civiltà sovrapposto strato su strato.

Un'isola che isola non era

Prima di essere ciò che appare oggi, Gallipoli non era affatto un'isola. Il labirinto di vicoli, chiese e case a corte di Gallipoli non è sempre stato un'isola: lo è diventata nel 1484 quando la città passò in mano ai Veneziani, che decisero il taglio del lembo di terra che univa la penisola su cui era posta Gallipoli, e successivamente gli Aragonesi completarono l'isolamento della città. Un ponte in muratura a dodici arcate costruito nel Seicento collega oggi il centro storico alla città nuova: proprio ai margini del ponte si trova la Fonte Greca, opera rinascimentale del XVI secolo decorata con bassorilievi a carattere mitologico. È un dettaglio urbanistico che rivela in modo quasi simbolico la logica di ogni dominatore che si sia alternato su questo lembo di Ionio: proteggere la città significava anzitutto controllarne l'accesso, e l'acqua era il miglior fossato possibile.

La sequenza di popoli che si sono contesi Gallipoli è impressionante. Sul suo territorio si sono succedute dominazioni e invasioni da parte dei Romani, Barbari, Bizantini, Greci, Normanni, Angioini, Aragonesi, Veneziani, Spagnoli, Francesi ed altri ancora. Il filo che lega tutti questi capitoli è sempre lo stesso: la città dello Ionio attraeva innanzitutto per il suo porto, a cui erano legate fiorenti attività commerciali. Chi teneva Gallipoli teneva una chiave del Mediterraneo orientale.

Da Bisanzio ai Normanni: la lunga vigilia medievale

Dopo secoli di presenza romana — che avevano trasformato la città in un municipio — e il disordine delle invasioni barbariche, fu Bisanzio a modellare nel profondo l'identità di Gallipoli. Con la dominazione di Bisanzio, Gallipoli, per la sua posizione strategica, divenne fondamentale per l'impero d'Oriente e ne restò una roccaforte fino all'invasione normanna: fu infatti l'ultimo caposaldo bizantino a cadere, per opera di Roberto il Guiscardo nel 1071. L'impronta greca non riguardava solo l'architettura: l'osservazione del rito greco si mantenne fino al XVI secolo. I Normanni portarono con sé un'organizzazione militare più rigida, inquadrando la città all'interno del Principato di Taranto; Arrigo VI confermò gli antichi privilegi, che Gallipoli difese sempre tenacemente, e la città fu fedelissima a Federico II.

Fu però con gli Angioni che arrivò il momento più buio. Nel 1268 Gallipoli, rimasta fedele alla casa Sveva, fu assediata per sette mesi dalle milizie di Carlo I d'Angiò: i baroni ribelli si barricarono nel castello ma dovettero capitolare e furono poi giustiziati. Durante la guerra del Vespro, la città si ribellò nuovamente agli Angioini, dai quali fu rasa al suolo e privata della diocesi, passata a Nardò nel 1284. Il periodo angioino segnò una fase di fortissima pressione fiscale e di regressione economica per il Salento e per l'intero regno. La rinascita arrivò lentamente, con Carlo II e poi con la lunga stagione aragonese.

Il leone di Venezia e il giorno in cui Gallipoli diventò un'isola

Con gli Aragonesi, Gallipoli riconquistò una propria capacità commerciale e divenne un porto importantissimo per gli scambi con l'Oriente e con Venezia, intrattenendo con i reali aragonesi un rapporto particolare, fatto di favori e franchigie fiscali. Ma proprio quel porto appetibile avrebbe presto attirato la Serenissima. Nel corso del XV secolo Gallipoli subì pressioni da parte di Venezia, che considerava il porto della città strategicamente fondamentale per i propri traffici commerciali.

La crisi esplose nel maggio del 1484. Il 16 maggio 1484 apparve al largo della rada di Gallipoli una flotta di navi da guerra venete — alcune fonti parlano di settanta navigli di varia grandezza, anche se il numero esatto è di difficile verifica — e dopo il rifiuto di una resa, i veneziani fecero sbarcare settemila soldati destinati ad assediare la città via terra. I gallipolini resistettero con un coraggio che sarebbe rimasto nella memoria collettiva per secoli: la mattina del terzo giorno i veneziani circondarono la città e il loro capitano Jacopo Marcello confortava i soldati, quando i gallipolini, con uno sparo dal torrione, uccisero il generale veneziano. Al comando subentro Domenico Malipiero, che in diciannove giorni riuscì a conquistare la città. Gallipoli fu saccheggiata dalle soldatesche greche al soldo della Repubblica, con grave dolore dello stesso Malipiero.

L'occupazione veneziana durò pochi mesi: a seguito della pace di Bagnolo, la città fu restituita a Ferdinando d'Aragona, che le accordò ulteriori franchigie e privilegi in ricompensa della fedeltà dimostrata. Eppure quei mesi lasciarono un segno fisico indelebile sul territorio: fu proprio durante la breve dominazione veneziana, e nella fase aragonese immediatamente successiva, che fu tagliato l'istmo naturale che collegava l'abitato alla terraferma, trasformando il promontorio in un'isola artificiale collegata poi da un ponte. E sulla porta che segna il confine tra il ponte e il borgo antico, la presenza dei veneziani lasciò tracce profonde anche nella cultura del territorio. Il leone di San Marco scolpito sulla porta di terra — il simbolo araldico per eccellenza della Serenissima — è la cicatrice più eloquente di quel passaggio: un padrone andato via in fretta, ma abbastanza a lungo da incidere la propria firma nella pietra.

Il castello, il Rivellino e l'oro giallo

Ogni dominazione lasciò qualcosa di visibile. Il castello che oggi accoglie i visitatori con le sue torri e i suoi cunicoli è il risultato di secoli di cantieri sovrapposti: risalente ai secoli XII-XIV e costruito su preesistenti fortificazioni romane, fu ampliato dai Bizantini e dai Normanni, poi ristrutturato dagli Angioini e dagli Aragonesi per opera dell'architetto Francesco di Giorgio Martini, che modificò la struttura del forte, isolò il castello su tutti i lati con un fosso in parte navigabile e progettò la costruzione del Rivellino. Furono gli Aragonesi a progettare un imponente sistema di fortificazione lungo tutte le coste per evitare gli attacchi da parte dei Turchi e dei Saraceni, come era già avvenuto a Otranto nel 1480.

Tra una guerra e l'altra, Gallipoli costruì anche la propria ricchezza. Furono i Veneziani, e poi gli Aragonesi, a trasformare quello che era un piccolo riparo per barche in un porto degno di questo nome: a partire dal 1500, Gallipoli divenne un fondamentale punto di riferimento per il commercio del vino, ma soprattutto dell'olio lampante, che veniva esportato non solo a Napoli e Venezia, ma anche in Inghilterra e in Russia. Per tutto il corso del XVII secolo si dimostrarono intensi i traffici commerciali e Gallipoli divenne la principale piazza d'Europa di esportazione dell'olio di oliva. L'oro giallo — come lo chiamavano — era custodito nelle cisterne scavate nel tufo del borgo e da lì spedito nelle capitali europee.

Oggi, percorrendo la Riviera che corre al posto delle antiche mura abbattute tra Otto e Novecento, con il mare che scintilla su tutti e due i lati e i vicoli bianchi che si aprono verso chiese barocche in carparo, è difficile non sentire il peso di tutto questo. La più antica rappresentazione del motto cittadino è contenuta in un atlante edito a Colonia nel 1572 su disegno del gallipolino Giovanbattista Crispo: vi compare lo stemma con il gallo coronato e la scritta latina NEC ANIMUS FATO MINOR — il coraggio non è inferiore al destino — con probabile riferimento agli assedi subiti e alle ricostruzioni che ne seguirono. Un motto che suona ancora vero, camminando tra queste mura che hanno visto passare tanti padroni e sono rimaste, alla fine, sempre gallipolesi.

Fonti e approfondimenti

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