Il porto sommerso di Egnazia: quando i Messapi scrivevano la storia del mare prima che Roma esistesse
C'è un momento, nelle giornate di mare calmo, in cui le acque adriatiche al largo di Savelletri di Fasano diventano trasparenti come vetro. È allora che chi fa snorkeling o immersioni guidate lungo quella costa rocciosa scorge qualcosa di inaspettato: profili di muri, soglie di pietra, tombe scavate direttamente nello scoglio che affiorano dal fondo come parole in una lingua quasi dimenticata. Sono i resti del porto di Egnazia, o meglio dell'antica Gnathia, la città che i Messapi abitarono e trasformarono in uno dei porti più vivaci del Mediterraneo orientale ben prima che Roma diventasse una potenza.
Una città nata tre millenni fa, tra il Bronzo e il ferro dei Messapi
L'area su cui sorge il parco archeologico di Egnazia fu abitata fin dall'età del Bronzo, come dimostrano i reperti risalenti al XVI secolo a.C.: gli Iapigi, popolazione autoctona della Puglia antica, furono i primi a insediarsi stabilmente in questa zona grazie alla fertilità del territorio e alla vicinanza al mare. Ma è con l'arrivo dei Messapi che Gnathia conosce la sua prima vera stagione di grandezza. Fu insediata dai Messapi a partire dall'VIII secolo a.C. e, sorta inizialmente come un villaggio di capanne, iniziò a diventare un centro di scambio sempre più importante grazie al commercio di spezie, gioielli, tappeti e soprattutto grano.
Porto privilegiato per l'Egeo e il Mar Nero, Egnazia si trova a Fasano, tra Bari e Brindisi, dove su quindici ettari di parco si estendono scavi iniziati nel 1912 e ripresi più volte nei decenni successivi, restituendo testimonianze eccezionali dell'età romana e tardo-antica ma ancor prima della civiltà dei Messapi, popolo di origine illirica che si insediò nella Puglia meridionale nell'ottavo secolo prima di Cristo, fiero nemico di Taranto e dei coloni della Magna Grecia. Una postura identitaria, quella messapica, che si leggeva persino nella lingua: nella città di Egnatia si parlava una lingua illirica con forti assonanze con l'albanese moderno e similitudini con il greco antico, confermata dalle epigrafi ritrovate negli scavi della necropoli. Alcuni studiosi ritengono che da questa lingua derivi il nome stesso della città, Gnathia, il cui significato sarebbe "bocca" o "imboccatura", riferendosi al suo particolare approdo favorito da una naturale insenatura.
Il porto: cuore pulsante di rotte intercontinentali
La posizione geografica privilegiata, nei pressi della costa adriatica e lungo importanti vie di comunicazione come la futura via Traiana, rese Egnazia un nodo fondamentale per traffici commerciali e scambi culturali tra popolazioni italiche, greche e successivamente romane. Il porto antico, oggi parzialmente visibile, era il punto di partenza per rotte marittime verso l'Oriente e la Grecia, mentre le mura ciclopiche testimoniano la capacità difensiva e l'organizzazione sociale già avanzata dei Messapi. Il porto fu utilizzato come via preferenziale per raggiungere la Via Egnatia, l'antica strada di comunicazione che congiungeva l'Adriatico con l'Egeo e il Mar Nero. Non a caso autori classici come Plinio, Strabone e Orazio sentirono il bisogno di citarla: Orazio la menzionò perché vi passò al seguito di Mecenate durante il viaggio del 37 a.C. da Roma a Brindisi per andare a incontrare Antonio.
Il terremoto che inghiottì il porto
Poi, come spesso accade con le grandi civiltà, arrivò la fine. Non per una conquista militare, ma per qualcosa di ben più definitivo. Il decadimento della città ebbe inizio nel 365 d.C., quando un forte terremoto causò l'abbassamento della costa: il grandioso porto e gli edifici limitrofi vennero sommersi dalle acque, così come parte della necropoli vicina alla costa. I floridi commerci si interruppero e iniziò il declino. Saccheggiata dai Goti di Totila nel 545 d.C., la città continuò ad esistere fino a diventare, nel Medioevo, un piccolo villaggio. Era la stessa fine descritta, con toni più drammatici, anche dall'altra parte: forse a causa del passaggio dei Goti di Totila, che nel VI secolo d.C. coprirono di cenere una cittadina i cui primi insediamenti risalivano addirittura all'età del bronzo, spingendo i sopravvissuti ad arroccarsi sulla vicina acropoli.
Oggi, lungo il tratto di costa rocciosa che si estende a nord dell'area portuale, si trovano le tombe scavate nella roccia dai Messapi, ancora in parte sommerse, che fanno di Egnazia uno dei siti archeologici più affascinanti dell'Italia meridionale. Il sito è visitabile tramite immersioni e snorkeling con guide specializzate. Un'esperienza che trasforma il visitatore da turista a testimone diretto di millenni di storia.
La "Pompei della Puglia" e i suoi tesori in superficie
Ma Egnazia non è solo il suo porto sommerso. La parte emersa del sito restituisce una stratificazione storica difficilmente eguagliabile in Puglia. Attraversata dalla Via Traiana, una delle "superstrade" dell'Impero Romano, e protetta da poderose mura alte sette metri, Egnazia ha analogie con quanto accaduto a Pompei. Le tombe messapiche rinvenute nelle necropoli rivelano preziose informazioni relative alla cultura e alle credenze sull'aldilà diffuse tra il IV e il II secolo a.C., e per questo Egnazia è chiamata la Pompei della Puglia.
Tra le scoperte più straordinarie emerse dagli scavi figura la Tomba delle Melagrane: formata da una scala a gradini intagliati nella roccia e un vestibolo che conducono alla camera sepolcrale ipogea, la sua straordinaria porta d'ingresso, ancora oggi perfettamente funzionante, è costituita da due battenti monolitici dotati di una maniglia incassata. E poi c'è la ceramica, un unicum assoluto nel panorama artistico antico: la cosiddetta Ceramica Egnatina è un tipo di ceramica ricoperta da vernice nera e sovradipinta in bianco, giallo e rosso , prodotta qui e diffusa lungo tutte le rotte commerciali del Mediterraneo.
Gli scavi non si fermano: Egnazia è ancora viva
Già nel 1745 Francesco M. Pratilli, antiquario e studioso di archeologia, produsse una prima pianta schematica della città in cui erano evidenziati i monumenti allora visibili. Nel 1882 Ludovico Pepe approfondì il tema pubblicando la prima descrizione delle strutture antiche interamente dedicata ad Egnazia, denunciando nell'area la pratica dello scavo clandestino. Nel 1912 presero il via le prime ricerche ufficiali, con l'intervento di Quintino Quagliati, direttore dell'Ufficio scavi e del Museo Nazionale di Taranto. Da allora gli scavi non si sono mai davvero fermati: gli archeologi impegnati negli scavi del 2024 hanno svelato il significato di misteriose strutture e di un articolato criptoportico che corre sotto l'antica città, rivelando un sistema ampio e ingegnoso per la captazione e la gestione integrata delle acque.
La città, citata dagli autori classici per la sua posizione geografica privilegiata, fu un collegamento commerciale strategico tra Occidente e Oriente. Quel ruolo, oggi, lo svolge ancora, ma in un senso diverso: collega il visitatore moderno a un passato che l'Adriatico non ha mai smesso di custodire, metro dopo metro, sotto la sua superficie silenziosa.
Fonti e approfondimenti
-
I parchi archeologici sommersi in Italia – GoToItaly gotoitaly.eu ↗
-
Gli scavi archeologici di Egnazia – Puglia.com puglia.com ↗
-
Scavi di Egnazia – SitiArcheologiciDItalia.it sitiarcheologiciditalia.it ↗
-
Museo Archeologico Nazionale e Parco Archeologico di Egnazia – MiBACT museipuglia.cultura.gov.it ↗
-
Il grande Parco Archeologico di Egnazia in Puglia – Idealista idealista.it ↗
Continua a leggere
Gallipoli contro Venezia, 1484: tre giorni di fuoco in cui una città scelse di resistere all'impossibile
Sette chilometri di grotte sotto i piedi: la storia segreta delle Grotte di Castellana, dal geologo sceso per caso nel 1938 alla sala bianca di alabastro più splendente del mondo
Novemila ulivi e un confine che non esiste: dove l'agro brindisino finisce e la Valle d'Itria comincia, i millenari di Ostuni raccontano tremila anni di storia
Federico II la costruì senza lasciare un solo documento che spieghi il perché: le otto torri di Castel del Monte restano il più grande enigma dell'architettura medievale
La mappa che scrisse la Puglia: come un geografo arabo a Palermo nel 1154 fissò Taranto e il Sud sulla carta del mondo