Il santo che arrivò per caso: San Cataldo, il vescovo irlandese del VII secolo che Taranto non aspettava — e non ha mai smesso di celebrare
C'è una domanda che ogni tarantino, prima o poi, si è sentito rivolgere da qualche forestiero curioso: come mai il patrono di una città del Sud Italia è un vescovo irlandese del settimo secolo? La risposta non è contenuta in un documento ufficiale, ma nella sovrapposizione di storia e leggenda che da oltre mille anni tiene insieme una comunità e il ricordo di un uomo che qui non era mai voluto venire — almeno non nei piani iniziali. Eppure Taranto lo ha fatto suo, con una fedeltà che si rinnova ogni anno tra il Mar Grande e il Mar Piccolo, tra fuochi d'artificio e processioni sull'acqua.
Un irlandese venuto da lontano
Cataldo nacque in Irlanda tra il 610 e il 620, a Canty, una città del distretto di Munster, a circa sette miglia da Lismore. Era stato battezzato con il nome irlandese Cathlarm, che nell'antico gaelico significava "valoroso in battaglia", un appellativo più adatto a un guerriero che a un futuro monaco e vescovo, poi tradotto in italiano come Cataldo. La sua famiglia era benestante e cristiana: i suoi genitori, Euco Sambiak ed Aclena Milar, erano diventati ferventi cristiani grazie all'opera di missionari venuti dalla Gallia, e da loro Cataldo aveva ricevuto l'educazione, l'amore per la preghiera e lo spirito di sacrificio. Divenne monaco nel monastero di Lismore, fondato da san Cartago, seguace di san Patrizio. Fu ordinato sacerdote nel 637 e consacrato vescovo di Rachau nel 670.
Nel 670, dopo l'ordinazione episcopale, tra il 679 e il 680 decise di partire per la Terra Santa: era un viaggio che molti monaci irlandesi compivano in quegli anni, un pellegrinaggio lungo e pericoloso che portava nei luoghi della vita di Cristo. Cataldo vi rimase per qualche tempo, visitando i luoghi sacri, e secondo la tradizione una delle tappe che lo colpì di più fu Betlemme: su una colonna della basilica della Natività esiste ancora oggi un affresco del dodicesimo secolo che raffigura il santo, segno di un culto che evidentemente attecchì lungo il suo cammino.
Il naufragio che cambiò tutto
Finito il pellegrinaggio, Cataldo si imbarcò per tornare in Irlanda. Ma quella nave non sarebbe mai arrivata a destinazione: davanti alle coste di Taranto, l'imbarcazione fu sorpresa da una tempesta tremenda. È qui che la storia lascia spazio alla leggenda, una delle più vive e amate della tradizione tarantina. Secondo il racconto popolare, Cataldo lanciò in mare l'anello episcopale per calmare la tempesta, dando origine a un citro di acqua dolce denominato "Anello di San Cataldo". Nel punto esatto in cui l'anello affondò si aprì una sorgente di acqua dolce che, secondo la tradizione, continua a sgorgare in mezzo al mare salato del Mar Grande: i tarantini la chiamano ancora oggi Anijedde de San Catavete, l'anello di San Cataldo, ed è uno dei citri che caratterizzano le acque del golfo.
Il naufragio, stando alla tradizione religiosa, non fu un caso ma una guida provvidenziale. Una leggenda racconta che durante il soggiorno in Terra Santa, mentre era prostrato sul Santo Sepolcro, al santo sarebbe apparso Gesù che gli avrebbe detto di andare a Taranto per rievangelizzare la città ormai in mano al paganesimo. San Cataldo allora, salpando con una nave greca diretta in Italia, intraprese un lungo viaggio che lo portò a sbarcare nel porto dell'attuale Marina di San Cataldo, la località a undici chilometri da Lecce che ancora oggi porta il suo nome. Da lì raggiunse Taranto via terra, attraversando la penisola salentina. Il vescovo di origini irlandesi, al suo arrivo, operò alcune prodigiose guarigioni e si impegnò per risvegliare nei tarantini una fede ormai sopita. Eletto vescovo della città, vi rimase fino alla morte.
Il ritrovamento del 1071 e il culto che non si spense
Per secoli la memoria di Cataldo rimase viva nella devozione popolare, ma fu un evento preciso a trasformarla in culto ufficiale. Era il 10 maggio del 1071 quando gli operai intenti a lavorare per realizzare la nuova cattedrale di Taranto rinvennero, nella zona dove esisteva la cappella dedicata a San Giovanni di Galilea, un sarcofago nel quale erano racchiuse le spoglie di San Cataldo: il nome "Cataldus" era inciso su una crocetta aurea. Da quel momento Cataldo divenne ufficialmente patrono della città, e la devozione per il santo non ha mai smesso di crescere. Le sue reliquie sono custodite in una ricchissima cappella del Duomo, detta il "Cappellone".
Intorno alla sua figura si è nel tempo sedimentato uno strato fitto di racconti. Tra le leggende più curiose c'è quella legata alla scomparsa di una statua del santo durante una pestilenza: secondo la storia popolare, il santo avrebbe addirittura lasciato un messaggio annunciando di "ricomparire" solo quando i tarantini avessero deciso di riaprire le porte della città ai forestieri. E così avvenne: la statua fu miracolosamente ritrovata — come racconta in una sua opera teatrale Giovanni Guarino — in un pozzo di Palazzo Troilo, situato proprio accanto alla cattedrale, e San Cataldo divenne ufficialmente "amante dei forestieri". Una storia che dice molto sull'identità di una città di mare, abituata da sempre agli incontri con chi viene da altrove.
La festa: "u pregge", il mare e il Castello Aragonese
Ogni anno, dall'8 al 10 maggio, Taranto celebra la Festa di San Cataldo con una processione in mare durante la quale la statua del santo viene trasportata e accompagnata da un corteo di imbarcazioni. Il momento che dà avvio ai festeggiamenti porta un nome intraducibile nella sua pienezza: "u pregge", il pregio, l'onore che la chiesa tarantina concede al Comune donando per tre giorni la statua di San Cataldo per consentire la celebrazione dei festeggiamenti del patrono. Dopo l'antica cerimonia, il simulacro del Santo viene consegnato al sindaco nella Basilica Cattedrale.
La processione a mare parte dal molo Sant'Eligio: la statua viene imbarcata sulla motonave Cheradi della Marina Militare e accompagnata nel Mar Grande da decine di imbarcazioni, in uno scenario che ogni anno richiama migliaia di fedeli e visitatori. Uno dei momenti più attesi è il passaggio nel canale navigabile, con l'apertura del Ponte Girevole e l'affaccio scenografico davanti al Castello Aragonese, dove i fuochi pirotecnici illuminano la pietra antica della fortezza e si riflettono sull'acqua. Una festa in cui il santo patrono viene letteralmente posto su una nave militare e portato in processione sulle stesse acque dove, secondo la tradizione, approdò quattordici secoli fa: una festa che ogni anno rifa quel primo approdo, quel primo incontro tra un uomo venuto da lontano e una città che aveva bisogno di lui.
Significativa, tra i momenti della celebrazione, è la commemorazione dell'"Inventio corporis Sancti Cataldi", il ritrovamento delle reliquie nel 1071, con il coinvolgimento simbolico di tre operai edili scelti attraverso l'Ance — un richiamo diretto agli artigiani che quasi mille anni fa portarono alla luce quel sarcofago. A chiudere il cerchio, ancora una volta, è il proverbio che ogni tarantino conosce a memoria e che il dialetto custodisce nella sua forma più autentica: "a san catavete se ne ve u fridde e trase u cavete" — nel giorno di San Cataldo, va via il freddo per fare posto al caldo. Quattordici secoli di storia compressi in una rima: il modo più antico, e più tenace, di tenere vivo un santo che nessuno, in fondo, aveva invitato.
Fonti e approfondimenti
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Storia di San Cataldo: il santo irlandese che scelse Taranto – Made in Taranto madeintaranto.org ↗
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A Taranto la festa di San Cataldo, «u pregge»: il rito, la storia e le leggende – Gazzetta del Mezzogiorno lagazzettadelmezzogiorno.it ↗
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San Cataldo: storia, miracoli e culto del patrono di Taranto – Interris interris.it ↗
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Taranto e il suo Patrono. San Cataldo, l'irlandese – Fondazione Terra d'Otranto fondazioneterradotranto.it ↗
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San Cataldo a Taranto, tre giorni di festa – Gazzetta del Mezzogiorno lagazzettadelmezzogiorno.it ↗
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