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Sembra una fortezza turca, ma è pugliese: il castello di Acaya e il borgo rinascimentale progettato ex novo per resistere alla polvere da sparo

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 30 Giugno 2026 · 7 min di lettura
Vista aerea del borgo fortificato di Acaya con il castello rinascimentale, i bastioni e il fossato, Salento, Puglia
Foto: Arcona B&B / CC BY 3.0 via Wikimedia Commons

Ci sono luoghi in Puglia che si rivelano solo a chi sa dove guardare. Acaya è uno di questi: una frazione di Vernole, in provincia di Lecce, che conta poche centinaia di anime e che dalla strada provinciale appare come un grumo di pietra chiara adagiato nella pianura salentina. Ma avvicinandosi, qualcosa cambia. Le mura si ergono compatte, i bastioni proiettano ombre geometriche, e l'unica porta d'ingresso — con la statua di Sant'Oronzo in cima — filtra l'accesso come un occhio di bue. Una città-fortezza unica nel suo genere, progettata per contrastare le incursioni turche del XVI secolo, ultimo e insostituibile baluardo difensivo a protezione di Lecce. Eppure, a guardarla bene, Acaya non è solo una fortezza: è un'idea di città, concepita a tavolino con una lucidità che anticipa secoli di urbanistica moderna.

Da Segine ad Acaya: la storia di un feudo trasformato

La storia del luogo comincia ben prima del Rinascimento. Nel XII secolo il borgo medievale di Segine venne inglobato nella Contea di Lecce e sotto la dominazione angioina venne ceduto dapprima al Convento di San Giovanni Evangelista di Lecce, quindi successivamente, nel 1294, Carlo II d'Angiò lo concesse in feudo a Gervasio dell'Acaya, la cui famiglia lo tenne per circa tre secoli. Per lunghissimo tempo Segine rimase un casale anonimo, terra poco fertile e scarsamente popolata, sospesa tra l'entroterra leccese e il mare Adriatico che si intravede a una manciata di chilometri. Fu solo nel Cinquecento che tutto cambiò, grazie all'ambizione e all'ingegno di due uomini della stessa famiglia.

In seguito alle modifiche effettuate nel XVI secolo, prima da Alfonso dell'Acaya, poi dal figlio Gian Giacomo, Regio Ingegnere Militare e Ispettore Generale delle Fortificazioni del Regno, il borgo mutò il nome in Acaya. L'opera dei due, padre e figlio, mirò a fortificare militarmente il centro: Alfonso provvide all'edificazione di un primo nucleo del castello nel 1506, mentre Gian Giacomo continuò l'opera con l'aggiunta di bastioni e di un fossato, inoltre si occupò di rinforzare l'intero centro, racchiudendolo in una cinta muraria bastionata. I lavori del castello, stando a un'epigrafe ancora oggi leggibile sui bastioni, si conclusero nel 1536. La località assunse il nome della famiglia baronale nel 1535.

Il genio di Gian Giacomo: architettura militare e città ideale

Per capire Acaya, bisogna capire chi era Gian Giacomo dell'Acaya. Gli vengono riconosciute brillanti intuizioni di tattica militare e approfondite conoscenze della nuova tecnica delle fortificazioni bastionate che si andavano sempre più sviluppando con i progressi dell'artiglieria, dopo l'invenzione della polvere da sparo. Non era un semplice costruttore di mura: era un teorico, un uomo capace di tradurre in pietra leccese i principi più avanzati della scienza militare del suo tempo. L'imperatore Carlo V sapeva che Gian Giacomo dell'Acaya, per opporsi alle incursioni dei turchi, aveva appena trasformato la vecchia Segine in una nuova inespugnabile piazzaforte, cinta di mura e baluardi, difesa da larghi e profondi fossati, munita di un castello tanto forte e resistente quanto accogliente e decoroso.

Il risultato di quella trasformazione è un unicum architettonico che ancora oggi stupisce gli studiosi. I bastioni lanceolati a pianta pentagonale e a fianchi ritirati, la presenza dei "tronieri traditori" — fori nelle mura dai quali uscivano le bocche dei cannoni, nascosti nei fianchi ritirati e non visibili — uniti a un sistema di muratura a doppio registro, a un camminamento di ronda lungo tutto il perimetro e a un profondo fossato che circonda interamente il borgo, resero ben presto questa città-fortezza un luogo inespugnabile. Il castello, in particolare, mette in mostra tutta la modernità del progetto: nel vertice sud-est, Gian Giacomo innestò un baluardo a forma di lancia, con scarpatura e difesa e cannoniere su due livelli, dove viene sperimentata per la prima volta la difesa radente. I bastioni presentano cannoniere su tutti i livelli sia per il tiro diretto, sia per quello fiancheggiato.

Una città geometrica: il sogno della città ideale nel Salento

Ma Acaya non era pensata solo per resistere agli assalti: era pensata per essere vissuta. Nel concetto di città ideale la vita militare doveva integrarsi totalmente con la vita civile, ed è proprio su questi concetti che Gian Giacomo rese Acaya un borgo straordinario: un complesso urbano organizzato su assi viari ortogonali regolari, tagliato diagonalmente da tre piazze — Piazza d'Armi, di fronte all'unico ingresso del Castello; Piazza Gian Giacomo, al centro del borgo, dove sorge la Chiesa della Madonna della Neve; e Piazza Convento. Le strade interne non hanno nulla della tipica conformazione medievale "a gomitolo": sono dritte e ben distanziate, e si intersecano tra loro orizzontalmente e verticalmente. Un reticolo razionale, quasi cartesiano, in un'epoca in cui la maggior parte delle città italiane cresceva ancora per accrezione spontanea.

Con la morte del barone Gian Giacomo, anche il borgo di Acaya decadde, tuttavia resta il più precoce esempio di applicazione dei canoni della "città ideale" nel Regno di Napoli. Un primato che le fonti concordano nel riconoscere, e che rende questo piccolo borgo salentino straordinariamente rilevante nella storia dell'urbanistica italiana. È ad oggi l'unico esempio di città fortificata del Meridione d'Italia uscita indenne dai secoli e dalle guerre mantenendo il suo aspetto, con un'impronta tipicamente rinascimentale nello stile.

Dentro il castello: pietra leccese, affreschi e una sala a nove lati

L'edificio che oggi si visita porta i segni stratificati di secoli di storia. Ha due torrioni circolari in pietra leccese e un bastione a punta di lancia a sud-est. Il cortile interno si apre su ambienti che raccontano la doppia natura della fortezza, luogo di guerra e di residenza nobiliare insieme. Nel castello oggi sono visibili cave sotto i bastioni, cucine e magazzini con forni in pietra e cisterne per la raccolta dell'acqua, nonché silos funzionali alla conservazione di granaglie. Molto affascinanti sono i resti di una chiesetta trecentesca, emersi nei recenti scavi, con un affresco rappresentante la Dormitio Virginis.

Tra gli ambienti più sorprendenti spicca la torre nord-est, che cela una rarità assoluta: la sala ennagonale, decorata da un ricco fregio in pietra leccese di ispirazione classica, in cui si scorgono due volti che pare rappresentino i genitori di Gian Giacomo. In corrispondenza dei nove angoli si notano altrettanti scudi raffiguranti lo stemma degli Acaya. Una firma orgogliosa, scolpita nella stessa pietra dorata che caratterizza tutta l'architettura di questa terra.

Il destino del borgo: dai pirati ottomani all'abbandono, fino al recupero

La storia di Acaya non fu tutta gloria militare. Il 23 settembre 1714, la cittadella fortificata fu attaccata ed espugnata per la prima volta dai pirati saraceni. Dopo quella violazione, il borgo entrò in una lunga stagione di declino. Morto Gian Giacomo nel 1570, il feudo di Acaya passò al Regio Demanio e successivamente, nel 1608, ad Alessandro De Montibus, che la fortificò ulteriormente per timore delle incursioni turche. Le proprietà cambiarono più volte di mano, fino a quando il maniero è stato acquistato dall'Amministrazione Provinciale di Lecce.

Dopo decenni di parziale abbandono e declino, la Provincia di Lecce ha provveduto ad opere di conservazione e valorizzazione del castello, rendendo fruibili il frantoio, le scuderie, le cucine e i magazzini, oltre al sovrastante piano residenziale. Oggi Acaya accoglie visitatori che, varcata la Porta Sant'Oronzo, si trovano catapultati in un mondo dove il Cinquecento non è ricostruzione scenografica ma materia viva: mura che portano ancora i segni delle cannoniere, vicoli che non hanno mai smesso di essere esattamente quelli che Gian Giacomo aveva disegnato, e un castello che veglia, come sempre, sull'angolo sud-occidentale di quella che rimane — a pieno titolo — una delle più straordinarie invenzioni urbanistiche della Puglia rinascimentale.

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