Sembra un villaggio di pescatori, ma sotto le sue strade dorme una città romana: Egnazia, il porto della Puglia da cui passò Orazio nel 37 a.C. diretto a Brindisi
C'è un tratto della costa adriatica pugliese, a nord di Fasano, dove l'ulivo e il mare sembrano bastare a se stessi, dove le masserie biancheggiano tra i muretti a secco e il paesaggio ha la calma placida di chi non ha nulla da dimostrare. Eppure, proprio qui, la terra nasconde qualcosa di straordinario: i resti di una città intera, con il suo porto, il suo foro, le sue terme, il suo anfiteatro, le sue necropoli affrescate. Una città che i Romani chiamarono Egnatia, i Messapi Gnathia, e che Orazio — il più ironico dei poeti latini — immortalò in uno dei viaggi più celebri della letteratura antica.
Tremila anni sotto i piedi
Egnazia fu abitata già dal XV secolo a.C., prima che i Messapi, popolazione preromana della Puglia, ne facessero un importante insediamento. L'era messapica della città si protrasse fino al III secolo a.C., quando giunse la conquista romana. Non si trattò però di una semplice successione di popoli: ogni civiltà si sovrappose all'altra lasciando strati leggibili ancora oggi, come pagine di un palinsesto scavato nella roccia calcarea. Il parco archeologico riporta testimonianze che vanno dall'età del Bronzo sino all'epoca medievale, in un contesto paesaggistico che fa da cornice a quasi tremila anni di storia umana continua.
Della fase messapica di Egnazia restano le poderose mura di difesa e le necropoli, dove oltre a tombe a fossa e a semicamera si trovano monumentali tombe a camera decorate con squisiti affreschi. Tra queste, la cosiddetta Tomba delle Melagrane, scoperta nel 1971 durante i lavori di costruzione del Museo del Parco: si decise di inglobarla nelle fondazioni dell'edificio in modo che fosse protetta e al tempo stesso visibile al pubblico. Si tratta di una tomba a camera messapica risalente al IV-III secolo a.C. con le pareti affrescate a motivi floreali, tra cui rami d'edera e melagrane. Un reperto di tale bellezza che gli archeologi scelsero letteralmente di costruirci sopra un museo, pur di non spostarlo.
Il nodo della via Egnatia: un porto che valeva un nome
Con i Romani, la città assunse un peso strategico del tutto nuovo. Sotto i Romani, essa rivestì una grande importanza commerciale, trovandosi sul mare nel punto in cui la via Traiana si congiungeva alla strada costiera, a circa cinquanta chilometri a sud-est di Barium, l'odierna Bari. Ma il vero motore di Egnazia era il suo porto: il toponimo romano Egnatia deriva dal fatto che il suo porto veniva principalmente utilizzato per raggiungere l'inizio della via Egnatia, l'antica strada di comunicazione della Repubblica romana che congiungeva l'Adriatico con l'Egeo e il Mar Nero, la cui realizzazione ebbe inizio nel 146 a.C. su ordine del proconsole di Macedonia Gneo Egnazio, dal quale entrambi i toponimi originano.
Il porto non era solo un punto d'imbarco: in epoca romana ospitava magazzini e strutture commerciali e anche delle fornaci, usate per la produzione di materiale ceramico di uso comune. Durante l'epoca romana, Egnazia divenne un centro vitale per il commercio e le attività politiche. Il suo porto naturale serviva come scalo per le rotte che collegavano la penisola italiana con la Grecia e l'Oriente. La città prosperò, dotandosi di numerose infrastrutture di rilievo: il foro, terme, un anfiteatro e una basilica civile. Lungo l'asse principale, lungo l'antica via Traiana è possibile ammirare i resti di importanti edifici pubblici dove sono ancora visibili i solchi lasciati dai carri.
Orazio, Mecenate e l'incenso che bruciava senza fiamma
È la primavera del 37 a.C. L'imperatore romano Ottaviano inviò a Brindisi una delegazione diplomatica capeggiata da Mecenate, suo influente consigliere ed amico, per incontrarsi con i rappresentanti di Antonio. Il poeta Orazio racconta questo viaggio nella nota Satira I, 5, l'iter Brundisinum, compiuto lungo la via Appia da Roma a Brindisi, affiancato da illustri compagni, tra i quali Mecenate e Virgilio. Le tappe successive al tratto appenninico furono: Canosa, Ruvo, Bari, Egnazia, e infine Brindisi, conclusione del viaggio.
Quando la comitiva giunse a Egnazia, il poeta non riuscì a trattenersi dall'ironia. Il giorno dopo il tempo fu migliore, la via peggiore fino a Bari, municipio ricco di pesce; poi Egnazia, costruita contro la volontà delle ninfe, offrì di che ridere e scherzare, mentre voleva farci credere che l'incenso si consumasse da sé, senza fiamma, sulla soglia del tempio. Era il culto solare e del fuoco per il quale la città era famosa: Egnazia era rinomata per questo culto del fuoco, descritto da Plinio e schernito da Orazio. Il poeta venosino, formato alla filosofia epicurea, non ci cascò: «Lo creda l'ebreo Apella», conclude Orazio. A lui la filosofia epicurea aveva insegnato che gli dèi vivono sereni negli intermundia e che tutto ciò che avviene sulla terra ha una spiegazione naturale. Dopo Egnazia, subito Brindisi, «fine del lungo viaggio e della satira».
Una città che il tempo ha sepolto, e che gli scavi stanno restituendo
Dopo la caduta dell'Impero, la storia di Egnazia si fece più cupa. Dopo il crollo dell'Impero Romano, Egnazia conobbe un progressivo declino. Le incursioni barbariche e l'insicurezza del territorio costiero portarono gradualmente all'abbandono della città, che venne sostituita da centri abitati più sicuri situati nell'entroterra. Alcune fonti attestano tuttavia una presenza bizantina nel sito fino all'alto Medioevo, con tracce di comunità cristiane che continuarono a utilizzare le strutture religiose già esistenti. Prima del silenzio definitivo, la città era diventata sede episcopale: un episcopato chiamato Egnazia Appula fu stabilito probabilmente prima del 400, suffraganeo dell'Arcidiocesi di Bari, e soppresso nel 545.
I secoli dell'oblio non risparmiarono il sito dai saccheggi. I primi depredamenti ebbero luogo nel 1809, quando alcuni ufficiali francesi di stanza a Egnazia cominciarono a sondare il terreno circostante le rovine, allora coperte di rovi, per ricavarne reperti da rivendere sul mercato archeologico clandestino. A causa della carestia del 1846 e della conseguente mancanza di lavoro, fasanesi e monopolitani si diedero al saccheggio sistematico di centinaia di tombe per fare incetta di vasi, bronzi, oggetti d'oro, monete e statuette di terracotta che rivendevano a Napoli e altrove. Solo nel corso del Novecento gli scavi assunsero carattere scientifico, e oggi il parco restituisce ai visitatori quello che i secoli avevano tentato di cancellare.
Oggi, camminando sulle lastre della via Traiana o sostando davanti al foro con la sua tribuna oratoria, è difficile non sentire il peso di tutto ciò che è successo qui. L'area archeologica dove durante l'Impero romano sorgevano basiliche, piazze e strade prende vita con ologrammi, app e realtà aumentata, oltre che con incontri di musica, teatro e rievocazioni. E fuori dalle mura, il Museo Archeologico Nazionale di Egnazia raccoglie i reperti in tre differenti mostre tematiche: la prima sui materiali dell'età del Bronzo, la seconda sulla storia della città, la terza intitolata Archeologia globale ad Egnazia, nella quale si evidenziano le relazioni tra l'archeologia e le altre discipline scientifiche. C'è ancora molto da scoprire: negli scavi 2024 gli archeologi hanno svelato il significato di misteriose strutture e di un articolato criptoportico che corre sotto l'antica città, rivelatosi un sistema ampio e ingegnoso per la captazione e la gestione integrata delle acque. Egnazia, insomma, non ha finito di parlare. E chi ha la pazienza di ascoltarla scopre che, sotto quella costa che sembra fatta solo di ulivi e di mare, dorme ancora una città intera.
Fonti e approfondimenti
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Egnazia – Wikipedia (it) it.wikipedia.org ↗
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Orazio e la Via Appia – MuviAppia muviappia.it ↗
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In viaggio con Orazio sulla prima via Traiana – Mola Libera molalibera.it ↗
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Scavi di Egnazia – Siti Archeologici d'Italia sitiarcheologiciditalia.it ↗
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Il viaggio di Orazio da Roma a Brindisi – Fame di Sud famedisud.it ↗
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Strutture misteriose a Egnazia – Stilearte stilearte.it ↗
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